Saggio. Quotidiani. La soppressione delle notizie

Quotidiani. La soppressione delle notizie


Questo →saggio di Piero Ottone è stato pubblicato su L’Espresso n.34, nel 1996 (non è reperibile online).


Quando alle 18,30 del 7 agosto cominciò a piovere in una valle dei Pirenei, versante spagnolo, pareva che si trattasse del solito temporale estivo. Coloro che si trovavano nel campeggio “Virgen de las neves”, sei o settecento persone in tutto, non vi diedero importanza: chi si mise al riparo sotto la tenda, chi si rifugiò nell’automobile, sulla roulotte o sul camper, in attesa che la pioggia smettesse. Stava invece per scatenarsi una delle più gravi sciagure degli ultimi tempi. La pioggia assunse un’intensità tropicale. Seguì la grandine. E, a un tratto, il cataclisma: una valanga d’acqua, di fango, di pietre si abbattè sull’accampamento. Nel giro di pochi minuti morirono un’ottantina di persone di tutte le età, ne rimasero ferite almeno duecento. I veicoli furono scagliati lontano. Il giorno dopo re Juan Carlos e il capo del governo, subito accorsi, trovarono un paesaggio di desolazione. Inondazioni del genere, si disse, capitano una volta in mille anni.

L’8 agosto la televisione ha mostrato le immagini dell’evento. La mattina del 9 era il primo giorno utile per la sua copertura da parte dei giornali. Quale spazio gli hanno dato? Tutti i quotidiani italiani, con scarse eccezioni, si sono limitati a un succinto richiamo in prima pagina, relegando la notizia in una pagina interna. Maggiore rilievo hanno avuto le cronache riguardanti il Palazzo, cioè la politica interna, e in particolare le baruffe tra Umberto Bossi e Irene Pivetti.

E’ difficile spiegare questa gerarchia delle notizie. E’ quel che vogliono i lettori? Davvero la gente si appassiona alle storie di Irene? O queste scelte giornalistiche, che antepongono l’ex presidente della Camera alla strage in un campeggio, avvengono a dispetto del pubblico? Un dubbio è lecito: si direbbe che da qual che tempo i quotidiani abbiano difficoltà a capire i gusti dei lettori. Ancora una volta il modello giornalistico prevalente in Italia è sotto accusa. Una volta Gianni Agnelli affermò con un certo disprezzo, in un convegno a Venezia, che i nostri quotidiani somigliano ormai a un supermercato con le notizie affastellate sugli scaffali: giornali commerciali, privi di una qualsivoglia anima. Di recente un editore di libri, Mario Spagnol, chiedeva in una lettera al direttore del “Corriere della Sera” se non fosse giunto il momento di scegliere un modello finalmente diverso dalla “Bild Zeitung”, il tabloid popolare tedesco. Walter Veltroni, che dirigeva “l’Unità” prima di assurgere al rango di vicepresidente del Consiglio, ha fatto in un’intervista al “Corriere” una denuncia circostanziata del nostro giornalismo, condannando anche lui quello che Silvio Berlusconi aveva definito il “teatrino”: la politica ridotta a rappresentazione di burattini. Giudizi severi?

Il giudice di ultima istanza è il pubblico; e il pubblico legge sempre meno. Il numero totale di copie vendute cala. In Italia, rispetto agli altri paesi, leggiamo poco. La stampa è in crisi. Le promozioni, a volte intelligenti, a volte strampalate, tentano invano di mettere un argine. perché leggiamo poco?

Le sono cause storiche, senza dubbio. Il sistema di vendita attraverso le edicole, di impianto monopolistico, non è più adeguato. Il servizio postale, essenziale per gli abbonamenti, ha tempi di consegna medievali. E bisogna riconoscere che il livello culturale ed economico della società offre minori possibilità di assorbimento. Ma alla fin fine, detto tutto questo conta il prodotto. La crisi della stampa è innanzitutto la crisi del prodotto giornalistico. I giornali italiani sono stati colpiti da due sventure. La prima, comune a tutto l’Occidente, è la televisione: un mezzo di informazione concorrenziale, moderno, ricco, divertente, capace di raccogliere e manovrare enormi masse di denaro: come ieri il grande editore, oggi il tycoon che domina la scena e detta legge è il magnate televisivo, da Rupert Murdoch a Leo Kirch (e a Berlusconi) . Per raccogliere la sfida televisiva occorrevano, da parte della corporazione giornalistica, molte qualità: fantasia, capacità creativa, coraggio, tenacia. Ma occorreva innanzitutto un’immensa fiducia in sé, una piena consapevolezza della propria identità e missione. La tv ha invece colto i giornali in un periodo di demoralizzazione profonda, che ha tolto ai giornalisti il gusto di combattere le loro battaglie. Non è ora il caso di approfondire le cause di questa demoralizzazione. Basti dire che, dopo un decennio di risveglio professionale sulla scia del ’68, i quotidiani sono stati assoggettati l’uno dopo l’altro da poteri esterni. Sono caduti come i fortini del Far West, ridiventando quel che erano sempre stati nel passato: giornali di regime. Le testate sono cadute a una a una, e, se la guerra di Segrate avesse avuto un altro esito, sarebbero caduti anche i bastioni superstiti, la “Repubblica” e “L’Espresso”. Sono cadute anche le illusioni. E’ a causa di questa demoralizzazione che i giornalisti hanno risposto male alla sfida televisiva. La difesa sarebbe dovuta parti e dalla coscienza di una funzione tipicamente giornalistica: il dovere di informare, di approfondire, di analizzare, magari la voglia di battersi per una causa. La difesa dell’intelligenza contro la superficialità. Ma invece della contrapposizione al nuovo mezzo si è scelta, ecco il peccato originale, l’imitazione: il giornale come copia sbiadita della tv, come palcoscenico, come spettacolo. Il giornale come surrogato di divertimento. Una tv dei poveri.

Le conseguenze sono gravi. Si prenda la trattazione della politica interna. Il filtro attraverso il quale la si racconta è l’intervista, strumento tipicamente televisivo. L’intervista è fatta per essere ascoltata piuttosto che per essere letta: appartiene al genere teatrale piuttosto che a quello letterario. Spettacolo, appunto. L’intervistato non ragiona: pronuncia battute, come l’attore di una commedia, o di una pochade. E’ Arlecchino, Pulcinella. Il genere dell’intervista porta alla ribalta l’esibizionista, la macchietta, il buffone, a scapito delle persone serie e misurate. La moneta cattiva scaccia la buona. Gli italiani dimenticano di avere al governo uno come Carlo Azeglio Ciampi, il miglior ministro della compagine; devono invece sorbirsi ogni giorno Sgarbi, Pannella, Bossi, Storace e altri dichiaratori folli. Meglio se litigano, naturalmente: lo spettacolo ci guadagna. Se non litigano, si cerca di farli litigare. Non è dunque vero che la stampa riflette il mondo politico qual è, secondo la linea di difesa dei cultori di questo tipo di giornalismo. La stampa riflette il mondo politico quale essa stessa contribuisce a crearlo, aizzando dispute peregrine. Le baruffe chioggiotte: Goldoni è il maestro, il nume tutelare. Si ricorre a tutti gli stratagemmi del giornalismo popolare, quello di “Novella 2000” e dei fumetti, con grafici e faccette, disegnini a quiz, per somministrare al pubblico la politica nazionale.

Lo scopo, secondo la logica di ogni spettacolo, è divertire, non informare, e questa è la chiave per capire il giornalismo italiano contemporaneo. La affidabilità, la veridicità, la precisione diventano secondarie. Chi va a vedere una commedia di Goldoni non si aspetta di assistere a storie vere: vuole storie divertenti. Nei resoconti, paragonabili a commediole e novellette, il rapporto con la realtà diventa vago, approssimativo. In tv è almeno necessaria la presenza fisica dell’intervistato davanti alla telecamera: non si può intervistare un fantasma. Per i giornali non occorre neanche quella, si può fingere di avere intervistato qualcuno che non si è mai visto, come infatti succede. Il mondo reale diventa una variabile indipendente.

L’imprecisione, l’invenzione dilagano. Dice la gente dei giornali: “Inventano tutto”. Ogni notizia, politica o di cronaca spicciola, è manipolata con estrogeni prima di essere data in pasto al pubblico, affinché sia più appariscente. Prendiamo, fra mille, un caso recente: quello di Tom Cruise, un attore che in una tranquilla giornata d’agosto si trova su un grande yacht all’ancora davanti a Capri. Un altro yacht, ancorato nelle vicinanze, prende fuoco. I passeggeri, giustamente, lo abbandonano, salendo su un gommone col quale si trasferiscono senza difficoltà sullo yacht di Cruise. Mare calmo e piatto, vento assente. Pericolo zero. Come si presenta la notizia, il giorno dopo? Tom Cruise è descritto come un eroe che salva i naufraghi. poiché ha recitato in un film intitolato “Missione impossibile”, eccolo protagonista di una missione impossibile nella vita reale. I cronisti raccontano con entusiasmo come senza perdere un secondo, con sangue freddo, abbia diretto impavido le operazioni per salvare vite umane. Soltanto due giorni dopo si apprende che, mentre i naufraghi si trasferivano senza bisogno di aiuto sul suo yacht, lui si limitava a riprendere la scena con una videocamera; poi è sparito in cabina, senza degnarsi di rivolgere la parola agli scampati. La correzione della notizia è data beninteso per creare nuova sensazione, Cruise cinico e maleducato, non per amore di verità. Che cosa conta la verità?

Ogni notizia, per essere sapida, deve essere drogata. Il mondo che si descrive nei giornali è in continua fibrillazione: i vocaboli usati ogni giorno senza batter ciglio, per un riflesso condizionato, sono “bufera”, “terrore”, “panico”, “rabbia”, “sgomento”. Una bomba basta per “gettare Londra nel panico”, un incendio sull’Argentario per proclamare nel titolo che “l’Italia è in fiamme”. Divertire, colpire, emozionare: gli obiettivi sono questi. Il guaio è che i lettori si divertono sempre meno. Possiamo immaginarlo, un tipico lettore di giornale, mentre seduto al tavolino di un caffè legge a mezza voce i titoli del giornale che sta sfogliando: disastri, sangue, morte dappertutto. è il caso di spararsi? L’uomo arriva all’ultima pagina, e intanto sopraggiunge il cameriere. “Un Campari”, g1i dice con un sorriso, alzando lo sguardo dal foglio. E poi, tranquillo, mentre dà una calma occhiata intornno: “Bella giornata!”. Ai giornali, evidentemente, non crede più. Per sua fortuna.


Guida alla lettura

Nel 1996 in questo breve saggio Piero Ottone elaborava la sua opinione sullo stato della stampa quotidiana in Italia, ben prima dell’affermazione delle reti e dei social. Il suo giudizio è molto severo ed è fondato su una precisa analisi del comportamento dei giornali di fronte a notizie recenti di cronaca.

  • Individuate il giudizio dell’autore
  • Individuate anche come egli abbia costruito il suo apparato argomentativo. Egli fonda il suo giudizio su esempi, su dati certi, su indizi, su citazioni.
  • Il discorso si sviluppa in modo molto chiaro grazie alle tecniche retoriche in essa presenti: vi sono procedimenti narrativi e si fa uso dell’analogia, non manca una frecciata polemica, comprensibile solo sapendo chi è Piero Ottone e quale storia professionale ha: sapreste individuare i paragrafi dove compaiono?
  • Osservate infine l’ordine del discorso? come procede l’autore?
  • La situazione comunicativa (il destinatario, lo scopo, etc) influenzano il testo. perché allora il giornalista non presenta il suo giudizio nel primo paragrafo? Che effetto vi sembra abbia l’ordine scelto in relazione alla situazione comunicativa in cui il testo si colloca?

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