Saggio. I bambini-soldato

Altre adolescenze: i bambini soldato in Africa


Luca Jourdan è professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Antropologia culturale e Antropologia dei processi politici. Ha condotto ricerche nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. E’ autore di numerosi saggi sulla crisi dello stato e sul ruolo dei giovani nei conflitti dell’Africa contemporanea. Il suo ultimo saggio, Generazione Kalashnikov. Un antropologo dentro la guerra in Congo, è stato pubblicato nel 2010 da Laterza.


Il fenomeno dei bambini-soldato è generalmente considerato come uno dei casi più estremi e drammatici di “infanzia negata”. 
Le foto di ragazzini dall’aria triste, che imbracciano un fucile più grande di loro, sono uno dei motivi ricorrenti delle campagne pubblicitarie delle Organizzazioni umanitarie. Si tratta solitamente di bambini africani, che con il loro kalashnikov a tracolla rappresentano le vittime per eccellenza delle numerose guerre combattute nel continente. Guerre che la stampa è solita definire “etniche” oppure “tribali”, due aggettivi che rimandano a un immaginario di primitività e di barbarie, che ancora oggi rappresenta il filtro con cui l’Occidente guarda all’Africa. D’altra parte questa rappresentazione, per noi occidentali, può avere un effetto rassicurante: è in Africa che si combattono guerre disumane e irrazionali, le cosiddette guerre sporche, a cui prendono parte addirittura i bambini, mentre i nostri eserciti, puliti e tecnologici, combattono guerre umanitarie per dispensare pace e democrazia.
Ma la realtà è ben lontana da queste visioni stereotipate e propagandistiche.

In questo articolo voglio proporre una lettura critica della questione bambini-soldato, senza ovviamente negarne la drammaticità. In particolare cercherò di decostruire la rappresentazione più comune del fenomeno, ossia una visione schiacciata esclusivamente sulla dimensione del vittimismo. Dopo aver fornito alcuni dati generali, sposterò la riflessione sulla Repubblica Democratica del Congo, un paese in guerra dal 1996 e in cui ho condotto una ricerca etnografica negli anni che vanno dal 2001 al 2008.
Un primo problema, che non possiamo certo trattare qui in modo esauriente, è la definizione stessa di “infanzia”.
 Gli antropologi e gli storici hanno ampiamente mostrato come l’esperienza e il concetto di infanzia varino ampiamente a seconda delle società e dei contesti storici (Ariès 1968, Cunningham 1995, Honwana e De Boeck 2005). Ricondurre questa diversità a una semplice “differenza fra culture” sarebbe riduttivo e superficiale: è necessario, infatti, cogliere l’importanza dei fattori politici ed economici che producono povertà, diseguaglianza e guerre, e che plasmano pesantemente l’esperienza dell’infanzia.
D’altra parte, è del tutto evidente che se per un bambino occidentale è assolutamente normale astenersi dal lavorare, frequentare la scuola e essere impegnato in numerose attività ricreative, in altre parti del mondo le cose vanno ben diversamente. Allo stesso tempo, però, il diritto internazionale impone l’utilizzo di categorie universali e in particolare la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989 (art. 1) si rivolge a tutti i minori di diciotto anni1.
Per quanto riguarda i bambini-soldato (child-soldiers), prevale la cosiddetta posizione straight eighteen, che include quindi in questa categoria tutti i soldati di età inferiore ai diciotto anni.
Per chiarezza, in questo articolo mi attengo a questa posizione e aggiungo che la maggior parte dei bambini-soldato che ho incontrato in Congo aveva un età compresa fra i quattordici e i diciotto anni (sebbene non mancassero dodicenni e tredicenni) e molti di loro avevano superato il periodo della pubertà.
Secondo le stime della Coalition to Stop the Use of Child Soldiers (2008) sono ben ottantasei i paesi in cui i bambini, e in misura minore le bambine, vengono arruolati in eserciti e milizie.
Per quanto riguarda l’Africa, negli ultimi anni i bambini-soldato sono stati impiegati nei conflitti in Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Guinea, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia e Uganda.
Si tratta dunque di un fenomeno molto diffuso, che suscita allarme e indignazione.
Tuttavia è bene sottolineare che non ci troviamo di fronte ad una novità. In passato, infatti, sono numerose le guerre che hanno visto combattere i bambini in prima linea, non soltanto in Africa. E’ sufficiente pensare alla crociata dei fanciulli (1212), a cui parteciparono bambini poveri di tutta Europa, oppure alla guerra civile americana e ai movimenti di liberazione africani degli anni Sessanta.
In generale, l’impiego dei bambini-soldato va messo in relazione al tipo di guerra combattuta.
Per tornare ai giorni nostri, l’utilizzo dei bambini è divenuto sistematico in numerosi conflitti scoppiati dopo il crollo del muro di Berlino (1989), ovvero nelle cosiddette “nuove guerre” (Kaldor). Si tratta perlopiù di guerre combattute da eserciti e milizie poco addestrati e per nulla disciplinati, in cui è difficile tracciare una linea di separazione netta fra civili e combattenti. Allo stesso tempo, l’impiego di armi leggere, capillarmente diffuse e facilmente maneggiabili, favorisce l’arruolamento dei più piccoli.
La maggior parte delle guerre africane attuali rientra in questa categoria.
A questo proposito, l’antropologa Alcinda Honwana ci fornisce una descrizione schietta del combattente nell’Africa d’oggi: «un individuo addestrato ed equipaggiato in modo inadeguato, che frequentemente, senza pietà, molesta, saccheggia e uccide indiscriminatamente civili indifesi» (2005: 34). Questa descrizione puo’ valere anche per molti bambini-soldato del continente: molti di loro, infatti, uccidono, partecipano a stupri e saccheggi, e nella maggior parte dei casi le vittime delle loro azioni sono civili impossibilitati a difendersi.
Le modalità di reclutamento variano da conflitto a conflitto.
Il rapimento dei bambini, allo scopo di arruolarli, è diffuso, a gradi diversi, in quasi tutte le guerre africane.
L’iniziazione alla vita militare puo’ prevedere riti orribili e macabri: in alcuni casi, per esempio, le nuove reclute sono indotte a uccidere o torturare un membro della propria famiglia o della propria comunità e il bambino viene cosi’ trasformato in una macchina da guerra. Non solo: la guerra rischia in questo modo di diventare il suo unico destino dal momento che la distruzione dei legami affettivi e sociali potrà impedirgli di tornare alla vita civile.
Ma non sempre il reclutamento avviene in modi cosi’ violenti. Molti bambini-soldato che ho incontrato nel Nord Kivu, la regione al centro della guerra in Congo, si erano arruolati di propria iniziativa. è evidente, pero’, che in un contesto del genere la differenza fra arruolamento forzato e arruolamento volontario tende ad assottigliarsi, se non addirittura a perdere di senso: il crollo dello stato e delle istituzioni scolastiche, la violenza diffusa e la povertà estrema in cui versa buona parte delle famiglie, fanno si’ che per molti bambini vi siano scarse alternative al “mestiere” di soldato. La milizia, infatti, rappresenta spesso un approdo sicuro, vale a dire una comunità dove il bambino puo’ trovare protezione e qualcosa con cui sfamarsi. Inoltre, molti bambini sono attratti dalla possibilità di partecipare ai saccheggi e procurarsi cosi’ quei beni (radio, cellulari, vestiti, soldi, ecc.) a cui hanno accesso coloro che impugnano un’arma.
Per capire meglio questo punto, possiamo considerare un passo dell’intervista che feci a Kavira, una bambina-soldato che incontrai nella primavera 2002:
“[…] Sono entrata nell’APC a tredici anni perchè gli ugandesi invadevano e saccheggiavano il mio villaggio. I miei genitori non erano contenti ma avevo già preso la decisione. Sono entrata perchè volevo mangiare senza lavorare, volevo andare in macchina e fumare la chanvre (canapa indiana). […] Ho scelto l’APC perchè non sapevo dove i Mayi-Mayi avevano il campo5. Ho preferito l’APC perchè avevano la tenuta militare ed erano meglio armati. […] Mi piace la guerra perchè posso approfittare per rubare qualcosa. A Mambasa abbiamo preso l’oro nel campo dell’MLC. […] Quando entro nelle case della popolazione che è scappata mi cambio gli abiti, prendo l’olio e tutti i prodotti. Bisogna fare veloce. Se entro nella casa e non ho la forza di trasportare la televisione allora distruggo tutto e non lascio niente al nemico. A Mambasa abbiamo saccheggiato molto. Quando il nemico scappa noi entriamo nelle case e saccheggiamo. A Mambasa ho preso un materasso, una radio a otto pile e dei soldi. Sulla strada ho venduto tutto. […] Nell’APC non ci danno niente e ci arrangiamo arrestando la gente. Per mangiare magari va bene, ma per i soldi è questione di saccheggiare la popolazione.”
Kavira narra la sua esperienza di soldato con entusiasmo e orgoglio. Quel periodo della sua vita non è riconducibile esclusivamente a una dimensione di sofferenza: dalle sue parole, infatti, affiora l’esaltazione e il piacere per la trasgressione. Nel suo agire, inoltre, emerge una capacità di azione propria (agency) che, per quanto limitata, fa di lei un attore sociale e non semplicemente una vittima. è questo un punto che richiede di essere approfondito.
Filip de Boeck, autore di un’importante ricerca sul fenomeno dei bambini-stregoni a Kinshasa, sintetizza cosi’ la questione: «Le visioni classiche, europee e nord americane, dello statuto dei bambini e degli adolescenti considerano questi come dipendenti, formati in modo incompleto e quindi non ancora pronti ad agire in modo responsabile. Lo spazio sociale in cui vengono confinati i bambini è quello della famiglia e della scuola. Tale convinzione è diffusa al punto che i bambini che non si inseriscono in queste rappresentazioni sono immediatamente percepiti come vittime potenziali, che hanno bisogno di aiuto» (2000: 45).
Questa concezione di infanzia, come hanno mostrato gli storici, ha una sua storia e si è affermata in Occidente soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale: la reazione al fenomeno del lavoro minorile, infatti, porto’ all’affermazione di un’etica che possiamo riassumere con la formula “save the children” e i bambini iniziarono ad essere considerati sempre più come soggetti da tutelare (Cunningham 1995).
Ma questa concezione, che in termine foucaultiani potremmo definire “regime di verità”, non ci aiuta a cogliere l’esperienza dell’infanzia nell’Africa contemporanea.
Nel continente, infatti, la distinzione fra infanzia e mondo adulto non ricalca quella occidentale. Nelle aree rurali è normale che i bambini lavorino nei campi, si occupino delle faccende domestiche e degli animali di piccola taglia. In città, sono numerosissimi i bambini che lavorano nell’economia informale e contribuiscono cosi’ ai magri introiti famigliari.
Come nota Alcinda Honwana, in Mozambico i bambini vengono spesso considerati come “piccoli guerrieri”, capaci di far fronte alle avversità quotidiani (2005: 34-35). Gli esempi potrebbero essere moltissimi e mostrano come i valori e i ruoli, per noi “naturali”, che associamo all’infanzia in Occidente siano profondamente diversi da quelli che ritroviamo in Africa.
Di conseguenza, utilizzare le nostre concezioni in modo decontestualizzato rischia di portarci a interpretazioni superficiali e fuorvianti.
Vorrei insistere su questo punto attraverso un altro esempio concreto.
Durante la mia ricerca in Congo ebbi l’occasione di vistare un centro che si occupava della reintegrazione dei bambini-soldato a Beni, una cittadina del Nord Kivu. In quei giorni uno dei ragazzi ospitati nel centro, mentre andava a prendere l’acqua a una fonte, aveva incontrato una ragazza e l’aveva violentata. Le vittime di uno stupro sono spesso stigmatizzate e in quel caso la famiglia della giovane decise di trasferirla in un altro villaggio, tentando cosi’ di coprire l’onta. Per evitare problemi, la procedura di reintegrazione del ragazzo fu velocizzata e in poco tempo venne riportato a casa dai suoi genitori. Era dunque una situazione paradossale: il bambino-soldato, in quanto vittima per eccellenza di quella guerra, beneficiava di un sostegno umanitario che lo premiava anche in quel caso. La ragazza, invece, veniva “marchiata” socialmente per aver subito uno stupro.
Queste situazioni drammatiche non possono che spingerci a riflettere sulle nostre categorie di infanzia e in particolare sugli effetti che producono gli interventi che inevitabilmente si ispirano ad esse. Molti aiuti umanitari in Congo vengo indirizzati verso i bambini-soldato mentre i loro coetanei che non hanno partecipato alla guerra, e che al contrario in molti casi l’hanno solo subita, sono spesso tagliati fuori da questi flussi di risorse.
Come spesso accade dobbiamo abituarci a convivere con le contraddizioni e le ambiguità, ma questo non puo’ esimerci dall’interrogarci su questi paradossi. In Africa, e in particolare in paesi come il Congo, l’infanzia si colloca in una posizione ambigua: da un lato, i bambini sono i primi a subire le conseguenze di una crisi devastante che li relega ai margini della società o addirittura li trasforma in soggetti pericolosi e temibili; dall’altro, essi sono divenuti attori di primo piano e riescono a ritagliarsi uno spazio sociale a partire proprio dalla loro condizione di liminarità. La crisi generalizzata ha rimodellato profondamente l’esperienza dell’infanzia e in questi anni i bambini-soldato sono divenute “figure ordinarie” del panorama sociale congolese: ridurre il loro ruolo a quello di vittime non ci aiuta certo a gettare luce su una realtà cosi complessa, dove questi bambini sono stati fra i protagonisti delle trasformazioni sociali più profonde e drammatiche.

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