Autobiografia. Horreur du domicile

Horreur du domicile


Bruce Chatwin. (1940-1989) è stato uno scrittore e viaggiatore britannico, autore di racconti di viaggio e romanzi. Il brano →autobiografico che segue, è tratto da una raccolta di scritti, Anatomia dell’irrequietezzaAdelphi editore,  che abbracciano vent’anni di una vita breve, intensa, errabonda, dal 1968 al 1987.


I miei primi ricordi risalgono al 1942 e sono ricordi di mare.

Avevo due anni. Stavamo con la nonna in certe camere ammobiliate sul lungomare, a Filey nello Yorkshire. Nella casa accanto abitavano i Francesi Liberi, e gli uomini del reggimento scozzese erano appostati in trincee di là dalla strada. Io guardavo i convogli di navi grigie che passavano avanti e indietro all’orizzonte. Di là dal mare, mi dicevano, c’era la Germania. Mio padre era via, in mare, a combattere i tedeschi. Salutavo con la mano le navi che svanivano dietro Flamborough Head, una lunga parete di scogliere che, secondo una nota in calce all’edizione della Pléiade, aveva ispirato a Rimbaud il poemetto in prosa Promontoire.

Al crepuscolo la nonna tirava sulla finestra la tendina d’oscuramento e si chinava su una bruna radio di bachelite ad ascoltare il notiziario della BBC. Una sera una voce di basso annunciò che avevamo ottenuto «una grande vittoria». Per festeggiare la battaglia di El Alamein la mamma e la nonna ballarono per la stanza il saltarello scozzese e io ballai con le calze di mia nonna.

La nonna era di Aberdeen; ma il naso, la mascella, la pelle brunita e i tinnanti orecchini d’oro, tutto le dava l’aspetto di un’indovina zigana. Gli zingari, del resto, erano la sua ossessione. Impavida giocatrice, per mancanza di altri redditi si guadagnava di che vivere discretamente con le corse dei cavalli. Diceva che i cattolici erano pagani, e aveva in genere un modo incisivo di esprimersi. Un giorno, nel 1944, ci riparavamo dalla pioggia in una cabina telefonica, e una brutta vecchia schiacciò il naso contro il vetro. «Quella lì» disse la nonna «ha la faccia come il sedere di un bue, senza la coda per nasconderla». Suo marito, Sam Turnell, era un solitario dagli occhi tristi il cui unico vero talento era ballare impeccabilmente il tip tap. Dopo la battaglia d’Inghilterra trovò lavoro come piazzista di vetrate commemorative policrome. Io lo adoravo. Verso la fine della guerra, quando affittammo per qualche tempo, nel Derbyshire, una bottega in disuso, mi trasmise l’amore per le lunghe passeggiate nella brughiera.

Non avendo casa né soldi, mia madre e io vagavamo su e giù per l’Inghilterra, stando presso parenti e amici. Casa, per me, era uno spaccio militare o una banchina ferroviaria con tanti zaini ammucchiati. Una volta facemmo visita a mio padre sul suo dragamine nella rada di Cardiff. Lui mi portò in coffa e mi lasciò gridare nel citofono collegato col quadrato ufficiali.

Forse nei mesi esaltanti prima dello sbarco in Normandia mi presi quella che Baudelaire chiama «la grande maladie: horreur du domicile». Certo è che quando ci trasferimmo a Birmingham nella nostra casa dai timpani arcigni, io mi feci magro e malaticcio, e chissà, dicevano, se non sarei diventato tubercolotico.

Una mattina, mentre avevo il morbillo, mia madre salì le scale di corsa col giornale e annunciò giubilante che il Giappone si era arreso e papà sarebbe tornato a casa. Guardai la foto della nube a fungo e capii che era accaduta una cosa tremenda. Sulle tendine della mia camera da letto erano disegnate lingue di fuoco arancioni. Quella notte, e poi per anni, sognai di camminare in un nero paesaggio carbonizzato, e avevo i capelli in fiamme.