Reportage. I bambini soldato

Io, bambino soldato ho ucciso per non morire


Tomaso Clavarino, giornalista free lance. Questo reportage (➔Che cos’è un reportage) è stato pubblicato su La Stampa il 16 febbraio 2014, (disponibile in originale solo per abbonati Premium). E’ stato realizzato in collaborazione con il Pulitzer Center on Crisis Reporting di Washington, D.C. (cliccate qui per il testo in Inglese)


MUSANZE (RUANDA)
Il viso è quello di un adolescente, la voce anche. Gli occhi sono neri, lo sguardo profondo. Emmanuel muove le mani con frenesia, come se stesse battendo il tempo alle parole che escono come un fiume in piena. Ha voglia di parlare, ora che, finalmente, ha la possibilità di farlo.

Ora che ha la possibilità di incontrare persone disposte ad ascoltarlo e non, come fino a due mesi fa, solamente pronte a dargli ordini. Sì perché Emmanuel per cinque anni non ha fatto altro che prendere ordini. Era un soldato, un bambino soldato. A dodici anni gli hanno messo in mano un fucile e gli hanno ordinato: spara!

«E io l’ho fatto, non avevo altra scelta. Se no avrebbero ucciso me – racconta questo ragazzo 17enne -. Mi hanno preso con l’inganno, mi hanno rapito. Un uomo che conoscevo, di un villaggio vicino al mio nell’Est del Ruanda, mi ha chiesto un giorno se potevo dargli una mano a pascolare le vacche. Gli ho detto di sì, e non sono più tornato a casa».

L’hanno portato nella foresta, in quella distesa di alberi e vulcani che copre la zona al confine tra Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Uganda, gli hanno fatto un lavaggio del cervello, l’hanno minacciato di morte. «Sono entrato a far parte del Fdlr (Forces Democratiques de Libération du Rwanda) senza volerlo, senza saperlo – continua -. Mi hanno obbligato per cinque anni a rubare, saccheggiare villaggi, uccidere. Ho subito violenze, ho visto donne violentate, famiglie distrutte. Poi non ce l’ho più fatta, mi sono fatto forza e appena ho avuto l’opportunità sono scappato».

Non è un caso isolato quello di Emmanuel, sono centinaia, forse migliaia, i bambini soldato reclutati con l’inganno e la forza dalle milizie ribelli, in primis Fdlr e Rud-Urunana, che operano in quella che è una delle zone più instabili dell’intera Africa. Milizie, come l’Fdlr, composte da guerriglieri hutu, già carnefici durante il Genocidio ruandese di 20 anni fa, scappati dal Paese subito dopo la fine della mattanza del 1994 per paura di rappresaglie e vendette. Milizie che si sono riorganizzate nella foresta, e che dalla foresta hanno lanciato una guerra contro il governo di Kigali.

Attentati, violenze, imboscate, questi gruppi rappresentano la minaccia più grave per la fragile stabilità del paese guidato con pugno di ferro da Paul Kagame. Gruppi che puntano a riprendere il controllo del Paese, come hanno sempre affermato, a sfruttare le miniere e le risorse di questo ricco territorio, ma che stanno perdendo uomini uno dopo l’altro perché la vittoria sembra essere sempre più lontana. Ed ecco quindi che servono nuove leve, nuove braccia per lavorare, nuove teste da traviare. Come Emmanuel, ma anche come Innocent, John, Martin, Jean, e i circa trenta ragazzi tra i 12 e i 18 anni che, scappati dalla foresta e dalle armi, hanno trovato rifugio al Muhoza Child Ex Combatants Rehabilitation Centre di Musanze, nel Nord del Ruanda, quasi al confine con la Repubblica Democratica del Congo.

Qui vengono aiutati a essere reinseriti nella società, gli vengono impartite lezioni, gli viene insegnato un mestiere. Gli viene data assistenza nel tentativo di rintracciare le proprie famiglie, anche se la maggior parte di loro non ha più nessuno. Come Jean, 16 anni, due anni passati sul fronte con l’Fdlr. «Un giorno di due anni fa, era marzo se non sbaglio, sono sceso dal mio villaggio per andare al mercato. Ho incontrato un gruppo di ribelli che avevano appena finito di saccheggiare alcune case. Ho provato a scappare, ma mi hanno preso. Per due anni ho fatto da scorta armata a un colonnello dell’Fdlr, ho partecipato a scontri a fuoco. Non ho mai provato a scappare perché mi dicevano che se fossi tornato in Ruanda i soldati governativi e la polizia mi avrebbero ucciso, che era in corso una battaglia e che l’Fdlr la stava vincendo. Quando ho scoperto che non era vero sono scappato».

Ragazzi cresciuti troppo in fretta, che invece di giocare a calcio nei campi polverosi sono stati costretti a imbracciare un fucile, un kalashnikov, e a sparare. Rapiti con la forza, presi con l’inganno, ma anche nati semplicemente nel posto sbagliato. «Sono nato in un campo dell’Fdlr – racconta John -. Mio padre era un combattente, mia madre era stata rapita dal proprio villaggio nel Congo. Appena ho raggiunto l’età e la stazza per combattere mi hanno dato un’arma e mi hanno mandato sul fronte, a sparare e saccheggiare. La vita nella foresta è dura, sfinente. Sono riuscito a resistere per quattro anni, poi ho deciso di fuggire. Mi sono presentato a una base Monusco nel Congo e da lì sono stato rimpatriato». Storie di violenza, di infanzia e adolescenza perduta, che, purtroppo, non sono un’eccezione in questo continente. I ragazzi, i bambini, sono più malleabili, sono facilmente persuasibili. Carne fresca, sacrificabile. In Centrafrica così come tra le foreste del Ruanda e del Congo.