Commento. La scuola deve insegnare a scrivere bene

La scuola deve insegnare a scrivere bene.


Questo →commento di Christian Raimo, giornalista e scrittore è pubblicato sulla rivista Internazionale il  14 marzo 2018


Ultimamente quando si parla di scuola è per elencare le cose che non vanno: le basse retribuzioni, le nuove norme della Buona scuola, la cronaca di episodi di dissidi e violenze tra studenti, famiglie e professori. Raramente, molto raramente, si affrontano le questioni pedagogiche o anche semplicemente didattiche.

E invece c’è una buona notizia che viene dal ministero dell’istruzione, nonostante siamo alla fine di una legislatura. È uscito il documento orientativo per il compito scritto di italiano alle scuole medie, ed è un testo ottimamente pensato e scritto, utilissimo e bellissimo.

Sono undici pagine di linee guida, redatte da una commissione creata nel luglio 2017 e coordinata da Luca Serianni, a lungo professore – da poco in pensione – di storia della lingua italiana alla Sapienza di Roma, e composta da Massimo Palermo, ordinario di linguistica italiana all’università per stranieri di Siena, e da altri tre esperti: Nicoletta Frontani, docente di lettere in un liceo romano, Antonella Mastrogiovanni, collaboratrice dell’Invalsi, Carmela Palumbo, dirigente tecnica del ministero.

Ad aprile uscirà anche il documento orientativo gemello, sullo scritto d’italiano per le scuole superiori.

L’intervento sull’esame potrebbe modificare a cascata anche il resto della didattica dell’italiano

Anche se il documento si occupa solo dell’esame finale di terza media, chiaramente si propone di ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo a scrivere ai nostri studenti. E per questo è così prezioso.

Luca Serianni e Massimo Palermo, intervistati da Internazionale, si sono detti consapevoli di aver provato ad ampliare l’effetto del loro lavoro, immaginando come l’intervento sull’esame possa modificare a cascata anche il resto della didattica dell’italiano.

“Volevamo dare un segno al mondo della scuola, facendo emergere due necessità”, dice Serianni. “Il primo è che accanto all’esercizio di scrittura, c’è l’esercizio di comprensione del testo. Perché spesso i ragazzi non capiscono neppure i testi che dovrebbero aiutarli, come quelli dei manuali scolastici. Il secondo bisogno è quello di accostare a quello che proviamo ancora a chiamare tema, altri tipi di compiti scritti. I ragazzi devono esercitarsi sulla riformulazione di un testo, sulla parafrasi, sulla individuazione dei connettivi. È molto importante sapere usare correttamente infatti o perché o nonostante”.

È vero che il mandato della commissione, fanno notare entrambi, era limitato. E che “come al solito si parte dalla coda e non dalla testa, non si riformulano i programmi”, dice Palermo. “Ma è importante cambiare qualcosa affinché a ritroso si influisca sul modo di fare lezione in classe”.

Il documento è molto chiaro. Non potendo intervenire sul cosa (le norme sul compito scritto sono in un altro decreto del 2015) lo fa sul come. Immagina come reinventare le due tipologie di compito: le tracce narrative descrittive e le tracce argomentative.

Le tracce narrative descrittive

possono essere presentate attraverso un breve testo di carattere letterario (che serva da spunto), una frase chiave, un’immagine – devono contenere indicazioni precise relative alla situazione (contesto), all’argomento (tematica), allo scopo (l’effetto che si intende suscitare), al destinatario (il lettore a cui ci si rivolge). Tali indicazioni non dovranno essere percepite come una limitazione della libertà ideativa quanto piuttosto come strumenti che, insieme alla correttezza linguistica, aiutino ad indirizzare la creatività delle alunne e degli alunni verso una migliore e più efficace forma espressiva.

Per le seconde

lo studente potrà sviluppare un testo argomentativo nel quale, dati un tema in forma di questione o un brano contenente una tematica specifica, esporrà una tesi e la sosterrà con argomenti noti o frutto di convinzioni personali. Il testo dovrà essere costruito secondo elementari procedure tipiche del testo argomentativo, eventualmente con l’esposizione di argomenti a favore o contro. Il lessico dovrà essere appropriato, e lo sviluppo rigoroso e coerente. Nella traccia dovranno essere richiamate caratteristiche e procedimenti propri dell’argomentare”. Del resto, ricordano le indicazioni, “come viene auspicato nei documenti europei , l’educazione all’argomentare prepara all’esercizio di una cittadinanza consapevole.

Ma c’è di più in questo documento del ministero. Viene messo l’accento, nella premessa, sull’importanza di far svolgere agli studenti dei riassunti “da testi letterari, scientifici, divulgativi o anche da articoli di giornale opportunamente selezionati”, come modello di esercizio per comporre un testo scritto di qualunque tipo. E soprattutto ci sono degli esempi sempre molto chiari su cosa vogliano dire le indicazioni.

Eccone uno, per la tipologia narrativa.

‘A volte capita di trovarsi in un ingorgo mostruoso e di sentirsi come criceti tra le spire d’un serpente di metallo: nelle macchine tutti suonano i clacson, inveiscono contro la vecchia che ha perso il tempo del semaforo verde, contro il vicino che stringe, contro l’autobus messo di traverso, contro il mondo intero’ (Marco Lodoli, Isole. Guida vagabonda di Roma, Torino, Einaudi, 2005).

Scrivi un breve racconto i cui personaggi siano inseriti nell’ambiente descritto nel testo. Immagina che il tuo lavoro sarà letto ai tuoi compagni nell’ambito di un progetto scolastico che, attraverso ricerche e narrazioni, voglia far emergere i problemi della città.

Sono anni, possiamo dire anche decenni, che molti linguisti e pedagogisti cercano di innestare una diversa concezione dell’insegnamento dell’italiano nella scuola, specialmente quella dell’obbligo. In Lettera a una professoressa (1968) gli studenti di don Milani potevano scrivere:

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: ‘Parlano le carrozze ferroviarie’. A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro. Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato.

Parlano a don Milani ovviamente le tesi sulla linguistica democratica del Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica (Giscel), che sono del 1975, ma già insistevano su come quella della didattica dell’italiano dovesse essere una priorità politica. Senza ripercorrere la storia di questa lunga battaglia, basta rileggere gli interventi degli ultimi anni di Tullio De Mauro sull’analfabetismo funzionale, sul quale la scuola non riusciva a incidere, e gli stessi libri di Luca Serianni che si concentrano proprio sull’analisi dei compiti scritti nella scuola, da L’ora d’italiano o Quale scuola?.

In Scritti sui banchi per esempio – pubblicato con Giuseppe Benedetti, la prima edizione nel 2009 – Serianni scriveva:

Per risalire al ‘mistero’ del tema bisognerebbe forse documentarsi sul modello di intellettuale che è stato coltivato in Italia da una lunga tradizione: se altri paesi individuano l’intellettuale con l’inventore-umanista-politico, come Franklin, o altri con il gentleman alla Locke, o il fisico come Einstein o Russell, in Italia il modello è quello del letterato, da Petrarca a Bevilacqua.

Già, il tema! Con la sua genericità nell’argomentazione, la sua inutile esibizione di falsa erudizione, le sue regole non scritte e sbagliate (evita le ripetizioni, scrivi quale è la morale). Per decenni, se non vogliamo dire un secolo, in Italia è esistita un’educazione linguistica che prescindeva dall’idea di una padronanza della lingua italiana come primaria competenza di cittadinanza. Di fatto: una diseducazione linguistica.

Ha buon gioco oggi un professore d’italianistica come Claudio Giunta a enumerare una quantità esorbitante di esempi di cattiva scrittura (oscura, farraginosa, pseudocolta) nella sua recente raccolta di saggi intitolata Come non scrivere, che sono il frutto di una corposa riflessione sulla didattica della letteratura italiana, svolta da Giunta contestualmente alla scrittura del suo bellissimo nuovo manuale per le superiori, Cuori intelligenti.

L’impressione che si ha nel libro di Giunta, o in quello di Serianni, o nella raccolta di vecchi saggi di De Mauro (anche questa pubblicata qualche settimana fa), L’educazione linguistica democratica, è che ci sia stato per anni il bisogno di liberare la lingua italiana dall’idea di essere uno strumento di un fantomatico prestigio sociale e invece di dargli il suo pieno valore democratico. “La lettera dei seicento docenti uscita lo scorso anno”, ci dice Palermo, “ha costretto tutti a riflettere sull’educazione linguistica oggi” (un ottimo articolo che ne criticava l’impostazione era uscito su Le parole e le cose). “Occorre porre il problema dell’educazione linguistica come faceva il Giscel, cominciando a parlare di trasversalità e dandole una forte connotazione civile, prima ancora che didattica. E oggi lo stesso senso si ritrova nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri”.

Che impatto avrà questo documento? Speriamo forte. La sfida che pone implicitamente è sempre la stessa, quella della formazione degli insegnanti. La cosa migliore che può fare il ministero è promuovere un programma di formazione ai formatori che sia all’altezza di questo documento. Conoscendo le resistenze della scuola italiana – che siano quelle dei politici o degli insegnanti – c’è da temere che non sarà così semplice.

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