Cronaca. Nella baraccopoli della vergogna dove vivono i nuovi schiavi

Nella baraccopoli della vergogna dove vivono i nuovi schiavi. “Ma vogliamo rimanere qui”. Nelle campagne di Foggia due migranti morti in un rogo. I pm: non è doloso


Questa →cronaca di Maria Corbi è stata pubblicata su  La stampa del 4 marzo 2017


Mamadou Konate e Nouhou Doumbia. Sono i nomi dei due ragazzi, 33 e 36 anni, morti nel rogo del Gran Ghetto, lembo di inferno in terra italiana, una macchia di vergogna nelle verdi campagne del foggiano, tra San Severo e Rignano Garganico. Mamadou e Nouhou, è importante ricordare i loro nomi, perché non si pensi che siano cose come qui purtroppo sono stati trattati dalla mafia del caporalato, con la complicità di chi per troppo tempo si è girato dall’altra parte. Mamadou e Nouhou vivevano qui, dove la cenere brucia ancora e dove le ruspe stanno cancellando questo ghetto di sopraffazione e dolore, insieme a centinaia di altri compagni che si erano rifiutati due giorni fa di obbedire al decreto di sgombero, seguendo invece gli ordini dei «capi neri», i «capò», a loro volta al soldo dei caporali italiani. Konate è stato trovato disteso su una brandina, carbonizzato. L’altro era vicino all’uscita della baracca, ma il fuoco lo ha avvolto senza lasciare scampo.

Una storia di sfruttamento, di dignità negata, di omertà e connivenze che le baracche con i tetti di lamiera e i muri di compensato e cartone raccontano. Vengono giù come birilli sotto le ruspe che oggi, qui, non evocano gli anatemi populisti di Salvini, ma la speranza della liberazione.

Incendio doloso? Dalla Procura di Foggia smentiscono questa ipotesi. S’indaga per omicidio e incendio colposo a carico di ignoti. L’ipotesi al vaglio del procuratore Leonardo Leone de Castris e del pm Alessandra Fini è che le fiamme siano divampate da una stufa o da un fornello che i migranti lasciano accesi la notte. Le bombole del gas, sparse un po’ ovunque, avrebbero fatto il resto.

Nel Gran Ghetto due giorni fa era cominciato lo sgombero dei 350 residenti da parte delle forze dell’ordine per ordine della prefettura dopo che la Dda di Bari aveva revocato la facoltà d’uso della baraccopoli, da mesi sotto sequestro per presunte infiltrazioni criminali. La maggioranza dei migranti, però, si è rifiutata di lasciare il ghetto e mercoledì mattina 200 di loro hanno protestato davanti alla prefettura di Foggia, ribadendo di non voler andare via. «Le due strutture messe a disposizione non sono sufficienti ad accoglierci tutti», spiega un residente della baraccopoli. «Noi vogliamo lavorare e dormire nel ghetto, l’incendio non è stato un caso, volevano cacciarci». Quella dei pochi posti disponibili – spiega il viceprefetto di Foggia Daniela Aponte – «è una scusa perché non vogliono lasciare il ghetto. Questo ormai non è più possibile». Per Michele Emiliano, governatore della Puglia «la tragica morte dei due cittadini maliani lascia un profondo sconforto perché se i migranti avessero accettato, come tanti hanno fatto, l’alternativa abitativa, adesso sarebbero ancora vivi».

Sono le cinque di pomeriggio quando due pullman arrivano all’azienda agricola «Fortore-Casa Sankara» che insieme a l’Arena di San Severo, ospiterà i braccianti del Gran Ghetto. Qualcuno era già arrivato volontariamente in questi giorni. Ma non è una scelta facile, perché significa accettare una nuova vita senza le catene e la protezione dei caporali.

Qui, in questa masseria affidata ai migranti stessi sotto la guida di Lamine Ngueye e Hervé Latyr Faye, senegalesi, c’è la promessa di una nuova vita, senza schiavitù. Ma non è facile fidarsi, cambiare. E oggi non è facile nemmeno dimenticare i due compagni morti. Gli uomini che scendono dai bus, tengono gli occhi bassi, hanno sguardi feriti e rabbiosi. «Volevamo rimanere al ghetto», ripetono. Come hanno urlato davanti alla prefettura di Foggia il giorno prima. «Ma – spiega un giovane ospite della masseria Fortore – quelli che protestavano a Foggia per rimanere al ghetto erano proprio i caporali, sono loro che hanno ordinato a tutti di non abbandonare le baracche».

La protezione civile ha montato delle tende davanti alla casa colonica che domina 22 ettari di terreno. Un murale dipinto sulla facciata riproduce Thomas Sankara, il «Che Guevara africano», come lo chiamano qui. «Questo è un progetto per chi vuole liberarsi dal ghetto», dice Lamine che si occupa di dare un pasto caldo e un letto a chi arriva. «Si lavora in modo regolare e non si è vittima dei caporali. Gli imprenditori che vengono qui a cercare lavoratori sanno che devono fare un contratto». Dal Ghetto a casa Sankara, pochi chilometri di distanza, un abisso di differenza, il cammino della dignità, e della legalità, possibile.

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