David Cameron. Apprendista stregone

David Cameron. Apprendista stregone

Ottenuto un trattamento speciale, il premier pensava di far accettare ai britannici quell’Europa di cui si era detto peste e corna. Non ha fatto i conti con la crisi, l’insicurezza, e il bisogno di un’idea in cui credere


di Fabrizio Barca pubblicato sul settimanale Left n. 27, 2 luglio 2016


La maggioranza dei cittadini britannici votanti ha raccomandato al proprio governo di lasciare l’Unione Europea. Mettiamo da parte l’incerto – gli effetti, assolutamente non predeterminati – e concentriamoci sul certo: David Cameron ha commesso un grave errore di valutazione. Ha pen- sato di liberarsi “per sempre” dell’annosa controversia sull’appartenenza all’Unione chiamando il paese alle urne dopo avere ottenuto dalla stessa Unione un “trattamento speciale”; nonostante ciò, e pur schierando potenti armate (finanza e cultura londinesi in testa), ha perso.

Due mi paiono le ragioni dell’errore. Una è di merito: né Cameron, né altri – a cominciare dal gruppo dirigente laburista – hanno parlato ai “sentimenti” del popolo britannico, in particolare a quelli di milioni di lavoratori dipendenti e del ceto medio; alle mille ragioni “contabili” per restare e poi alle minacce, non si è accompagnato alcun messaggio visionario. L’altra ragione è di metodo: il referendum è apparso, ed era, l’abdicazione di una classe dirigente dalla funzione per cui essa viene eletta e remunerata, una vera e propria “messinscena di democrazia” da parte di chi aborre la partecipazione. Sono errori da cui le classi dirigenti, tutte, è bene si guardino, anche nell’affrontare il post- brexit.

In tutta Europa, la crisi del capitalismo iniziata nel 2008 e tuttora in corso ha colpito e spaventa la maggioranza del popolo, segnatamente chi vive di lavoro manifatturiero e terziario, e la piccola imprenditoria indipendente. Nessuna delle tre principali cause della crisi è stata rimossa: l’accresciuta ineguaglianza e l’indebolimento dei sindacati (posso citare lo Strauss Kahn del discorso tenuto trenta giorni prima di essere incastrato?); l’affidamento del controllo sulla finanza a meccanismi automatici; il brutale rafforzamento della brevettabilità delle idee. Il popolo non ha visto punire l’establishment  finanziario, anzi lo ha visto arricchirsi ancora. Mentre ha visto compromessi o minacciati il lavoro, il credito, i servizi fondamentali.

L’Unione Europea ha fatto di peggio. Non riuscendo ad accelerare l’unificazione politica, resa di per sé indispensabile dall’unificazione monetaria, ha fronteggiato la crisi imponendo regole automatiche, con effetti recessivi. Nel frattempo non ha voluto ascoltare chi proponeva – lavorando, come chi scrive, per la riforma della politica di coesione promossa dalla Commissaria europea polacca Danuta Hubner – di concentrare i fondi europei sull’obiettivo dell’inclusione sociale, affinché ogni cittadino in Europa sentisse che i propri servizi fondamentali venivano preservati e migliorati dall’Unione. Né l’Unione ha ascoltato chi, come Mario Monti, proponeva che una piccola parte delle imposte nazionali diventasse europea, per dare vita a un nucleo autonomo di spesa democraticamente governato. Proposte ragionevoli, come quella italiana di uno Fondo europeo contro la disoccupazione, sono state di fatto accantonate. Il sospetto reciproco fra le leadership nazionali ha fatto sì che prima la crisi greca poi quella dei migranti accrescessero ulteriormente la paura e coltivassero il convincimento di un’impotenza dei gruppi dirigenti europei. Fa eccezione l’azione rimediale della Banca Centrale Europea, che ci ha  finora tenuti a galla; ma essa è apparsa a-democratica, una preoccupazione manifestata anche da parte di chi l’ha realizzata.

In queste condizioni, in ogni paese europeo, l’appello ad aprirsi, a vivere la globalizzazione come un’opportunità, a dialogare con i migranti, europei o in fuga, può convincere solo le borghesie urbane riflessive, i giovani laureati, i creativi, le persone di cultura e di finanza. A molti altri quell’appello suona addirittura offensivo. Suona come un segno della lontananza dell’establishment dalla fabbrica, dalle botteghe, dalle piazze, dalla precarietà. E così è suonato in mille strade della Gran Bretagna. Bisogna essere davvero lontani dal “popolo” per aver pensato che la stessa Unione di cui si erano dette “peste e corna” apparisse convincente per via di qualche regola speciale concessa al proprio paese (come quella per cui i bimbi di un lavoratore italiano o po- lacco rimasti in patria non avrebbero più beneficiato del welfare britannico). Le cose sono andate ancor peggio quando l’establishment britannico pro-europeo ha avvertito che l’appello alla ragione era inconsistente. Neanche a quel punto si è tentata la carta dei sentimenti (la missione inglese nel mondo, la lealtà a un patto, la garanzia di pace). Piuttosto, ci si è affidati agli “sciamani della paura” che hanno pronosticato diluvi e disastri nel caso di brexit. Mortificato e trattato come un “villano”, il popolo ha votato anche contro di loro.

E non basta. Sull’esito ha pesato anche un problema di metodo: nell’idea di “indire un referendum” c’era un baco, una  finzione democratica. Intendiamoci, si tratta di uno degli strumenti della democrazia. Ma se le classi dirigenti a cui abbiamo dato il mandato di governare lo usano perché non sono capaci di prendere una decisione o di darle un sostegno adeguato, o addirittura per risolvere disfide interne al proprio partito, allora il popolo trova conferma del peggiore dei suoi sospetti: l’impotenza dei governanti. Ed è spinto a votare contro di loro “a prescindere”. Questa sensazione e questa reazione sono accresciute se, come in UK, questo “rigurgito di democrazia” appare decisamente sospetto perché  è promosso da chi non crede alla partecipazione del popolo al governo delle cose.

Di fronte a questi due errori il risultato del referendum britannico appare addirittura sorprendentemente pro-europeo, vista la risicatissima maggioranza dei brexit. A controbilanciare gli errori sono stati, infatti, oltre al voto di Londra, la forte e sentita vocazione europea di Scozia e Irlanda del Nord, e l’“europeismo” dei giovani che hanno scelto di votare. Ma queste voci non sono bastate, e la loro frustrazione rende ancora più gravi e gravidi di conseguenze gli errori di Cameron. Non ripetiamoli.

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