Diario di viaggio. Uiguri e Buriati

Uiguri e Buriati


Questa pagina di →diario è di Alberto Moravia, “Uighuri e Buriati”, in Impegno controvoglia, Milano, Bompiani, 1980


Su una collina da cui si gode una vista panoramica su Alma Ata, capitale del Kazakstan, c’è un ristorante fabbricato in forma di yurta mongola. La yurta, com’è noto, è una grande, talvolta grandissima tenda con la base circolare e il tetto conico, ricoperta di pelli di cammello e di pecore.

Chi non ricorda qualche ingiallito dagherrotipo in cui si vede la yurta solitaria sullo sfondo sterminato e luminoso della steppa, un paio di cavalli irsuti legati ad un malinconico palo e l’intera famiglia mongola seduta su un panchetto, fuori dell’apertura d’ingresso, padre, madre, figli, nonni, tutti gonfi come orsi nei loro vestiti ovattati e coi loro tozzi stivali di cuoio grezzo ? Il fatto che questo ristorante ricalchi, con la muratura fissa e immobile la smontabile e mobile yurta potrebbe essere assunto a simbolo della situazione attuale dei popoli della steppa. Il ristorante è sì una yurta ; ma non si può smontare, imballare, caricare sui cammelli e trasportare a mille chilometri di distanza, in altri e migliori pascoli. Sta qui e resterà qui, ad accogliere i kazaki di Alma Ata, un tempo pastori, oggi funzionari, operai, militari sovietici. Così il nomadismo è finito o sta per finire. La rivoluzione che soprattutto in Asia è stata oltre che mutamento sociale ed economico anche trasformazione del costume, ha già creato, come si può vedere in questo ristornante-yurta l’equivalente dei nostri ostelli tipo rustico e taverne tipo medievale.
Ma la rivoluzione ha provocato un altro genere di nomadismo: quello politico. Io mi trovo qui, in questo ristorante, per incontrarmi con due profughi uighuri scappati dalla Cina, che infatti non è troppo lontanta da Alma Ata. Stiamo a tavola nella grande sala circolare davanti ad un pasto di pollo alla kazaka che, poi, è semplicemente pollo alla griglia. Nel mezzo della sala su una pedana alcune coppie cercano senza successo di ballare una danza afroamericana ai ritmi di un’orchestrina di tipo tzigano che cerca anch’essa senza successo di eseguirla. è convenuto che l’intervista con questi profughi si farà appena finito il pasto. Intanto, pur sgranocchiando il pollo, osservo i miei due commensali.
Sono due coniugi contadini placidi, inespressivi, materiali, che, occhi obliqui e plica mongolica a parte, rassomigliano molto a quelle coppie rustiche che si veggono sui coperchi dei sarcofaghi etruschi. Finiamo il pollo e poi, con l’aiuto di due interpreti, uno che traduce dall’uighuro in russo e l’altro che traduce dal russo in italiano, comincia l’intervista.
So poco del popolo uighuro; soltanto che è un gruppo etnico poco numeroso di stirpe e lingua turca, che ha avuto un suo stato nazionale circa sette secoli or sono e che, in seguito, è stato incorporato prima nell’impero e poi nella Repubblica popolare cinese. Ma so una cosa soprattutto: che la loro situazione è tipica di tutte le minoranze nazionali nel loro rapporto con i grandi organismi sopranazionali socialisti che si sono formati in Europa e in Asia a partire dalla Rivoluzione di ottobre. (…).
Cosa dicono i due uighuri? Dicono cose che ho già sentito dire, purtroppo, dovunque nel mondo il sentimento nazionale di un piccolo gruppo etnico non è riuscito ad accordarsi con la lealtà ideologica all’ organismo sopranazionale. Sono storie di scontri e di rivolte, di espatri e di fughe, di costrizioni e di repressioni (…)
In realtà ciò che mi interessa sono i motivi profondi del dramma uighuro; i quali poi si possono riassumere nel solo fatto non confutabile né analizzabile, di sentirsi uighuro . Ma cosa vuol dire sentirsi uighuro ? In che modo ci si sente uighuro ? Attraverso la lingua che si parla? Attraverso le abitudini e i costumi? Attraverso l’attaccamento ai luoghi? Attraverso la religione che si professa? Oppure nulla di tutto questo; e, sentirsi uighuro è un sentimento indicibile, misterioso e insieme adamantino, simile all’ispirazione del poeta, dell’ artista?
Guardo le facce piatte e glabre, dagli occhi obliqui e semichiusi, dalla pelle bruciata e rossiccia, così rustiche, così apatiche, e cerco di mettermi nei panni anzi nella pelle dei due coniugi. Essi hanno perduto i loro beni, hanno abbandonato i luoghi nativi, hanno rischiato la vita pur di salvare e di preservare quella che bisogna pur chiamare l’uighuritudine cioè il sentimento di essere uighuro. L’uighuritudine, insomma, ha prevalso sulla distinzione individuale, sul fatto di essere una certa persona, con una certa professione, certi interessi, una certa maniera di vedere il mondo.

Guida alla lettura

Questo brano descrive il Guatemala, scegliendone due aspetti. Quale idea centrale guida l’autore e quali frasi l’esprimono? Quali elementi costruiscono l’ordine della descrizione? Che relazione si può stabilire tra l’ordine che avete individuato e l’idea centrale del brano?

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