Editoriale. Trump, la scommessa sullo sviluppo che aiuta il clima

Trump, la scommessa sullo sviluppo che aiuta il clima


Questo →editoriale di Alberto Mingardi è stato pubblicato su La Stampa del 18 giugno 2017


Ma davvero nel dibattito sul clima il torto sta tutto da una parte, e la ragione tutta dall’altra? Abbandonando l’accordo di Parigi, Donald Trump ha confermato al millimetro l’idea che i suoi nemici hanno di lui. Per egoismo e ignoranza, il presidente americano mette a repentaglio il futuro del globo. Pensiamo al riscaldamento del pianeta come un rischio da prevenire. Una polizza contro furto e incendio, per un proprietario di casa, è un acquisto ragionevole. Questo non significa che non stia attento al premio, e, per esempio, sia disponibile a pagarlo comunque, per quanto sia elevato rispetto al valore dell’immobile.

Il Trattato di Parigi, oltre all’auspicio retorico di riportare le temperature due gradi sotto i livelli pre-industriali, prevedeva che ogni Paese si desse un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra. L’amministrazione Obama aveva accettato, per gli Stati Uniti, di tornare ai livelli pre 2005 entro il 2025. Questo il fine: il mezzo era un imponente apparato di regole.

Tutte le regolamentazioni hanno un costo. In qualche modo, sono fatte per costringere i cittadini a sopportarlo, questo costo: servono a riorientare investimenti e consumi. Se le energie verdi fossero già meno care di altre, non ci sarebbe bisogno di norme che spingono le aziende a farne uso. Se il settore avesse un orizzonte di rendimento elevato, non servirebbero i sussidi per attirare investitori. Invece osserviamo che eolico e solare, nonostante fiumi di agevolazioni, stentano a crescere di quota e coprono meno del 3% della domanda mondiale di energia. Non è detto che i sussidi abbiano fatto bene, dal momento che le imprese più innovative e quelle più abili a intercettare fondi pubblici non sempre coincidono.

Come è già stato rilevato da alcuni analisti, dal momento che non era sorretto da sanzioni stringenti, l’abbandono del Trattato di Parigi ha più che altro valore segnaletico. Trump ci fa sapere che punta tutto su una più sostenuta crescita economica, anche a vantaggio di quei gruppi sociali che oggi si sentono indeboliti e più poveri. Riducendo il peso della regolamentazione, consentendo alle imprese di scegliere la struttura dei costi per loro più efficiente, Trump vuole dare ossigeno all’economia. Questo afflato «sviluppista» deve farci paura?

In realtà, ambiente e crescita non sono nemici. Proprio lo sviluppo da una parte crea una domanda di standard di vita migliori, e dall’altra stimola l’innovazione tecnologica. Guardacaso, gli Stati Uniti nell’ultimo decennio hanno ridotto le proprie emissioni molto più rapidamente di quanto abbia fatto l’Europa. Questo risultato è stato reso possibile da una dinamica di mercato (la rivoluzione dello shale gas), non dai sussidi.

Che per aiutare l’ambiente serva arricchirsi è vero a tutte le latitudini. Se abbiamo paura del cambiamento climatico, è anche e soprattutto per i disastri ecologici che potrebbe indurre: inondazioni, siccità, scioglimento dei ghiacciai, uragani e quant’altro. Dal 1970 al 2008, la stragrande maggioranza delle morti dovute a disastri naturali è avvenuta nei Paesi più poveri. La crescita economica porta con sé materiali migliori, costruzioni più solide, cure mediche più avanzate, reti di comunicazioni che consentono di avvertire, e soccorrere, meglio i cittadini.

Alla Fondazione Agnelli, Michael Bloomberg ha prospettato una grande azione delle fondazioni filantropiche per compensare l’«effetto Trump». E’ una prospettiva interessante e nuova. Le fondazioni hanno un orizzonte di investimento a lungo termine, ma sono controllate da privati che hanno scarsa simpatia per lo spreco di quattrini: caratteristiche ideali per investire in nuove tecnologie.

I problemi si risolvono più facilmente quando tante realtà ci si applicano, tentativo dopo tentativo, che per decreto. Forse questo l’ha capito meglio Trump dei suoi detrattori.


Guida alla lettura

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L’opinione che emerge da questo editoriale è fuori dal coro. Mentre i più sono convinti che l’intervento della politica debba disciplinare le attività economiche più inquinanti, questo editoriale sostiene che ambiente e crescita non sono nemici: lo sviluppo crea una domanda di standard di vita migliori, e stimola l’innovazione tecnologica; insomma, per aiutare l’ambiente serve arricchirsi.

L’argomentazione si svolge su due piani.

Nella prima parte c’è la demolizione delle convinzioni correnti circa l’importanza del Trattato di Parigi e in generale della politica mondiale sul clima fin qui perseguita che si propone di ridurre le emissioni di gas serra attraverso un “imponente apparato di regole”.

Ma le regole costano, sostiene l’editoriale, e sono fatte “per costringere i cittadini a sopportarlo, questo costo: servono a riorientare investimenti e consumi”.

Ed ecco i due argomenti per assurdo. “Se le energie verdi fossero già meno care di altre, non ci sarebbe bisogno di norme che spingono le aziende a farne uso”. “Se il settore avesse un orizzonte di rendimento elevato, non servirebbero i sussidi per attirare investitori”. “Invece osserviamo che eolico e solare, nonostante fiumi di agevolazioni, stentano a crescere di quota e coprono meno del 3% della domanda mondiale di energia”.

E c’è una considerazione aggiuntiva: non necessariamente i sussidi fanno bene, “dal momento che le imprese più innovative e quelle più abili a intercettare fondi pubblici non sempre coincidono”.

Nella seconda parte del discorso c’è la parte costruttiva.

Primo. Se c’è una dinamica di mercato (si porta ad esempio e la rivoluzione dello shale gas in USA), le emissioni inquinanti scendono più rapidamente, come dimostrano i dati di USA e Europa degli ultimi decenni. I dati sono indicati ma non trattati: perché questo è un editoriale, cioè un testo argomentativi dal formato breve. Tuttavia , proprio perché c’è questa indicazione, il lettore potrebbe sviluppare il discorso cercando le fonti.

Secondo. Inondazioni, siccità, scioglimento dei ghiacciai, uragani dal 1970 al 2008, hanno fatto la stragrande maggioranza dei morti  nei Paesi più poveri. Anche qui è possibile per il lettore cercare le fonti informative.

Conclusione. Secondo questo editoriale il rifiuto di Trump di onorare il Trattato di Parigi, che comunque non prevedeva sanzioni stringenti, “ha più che altro valore segnaletico. Trump ci fa sapere che punta tutto su una più sostenuta crescita economica”. “I problemi si risolvono più facilmente quando tante realtà ci si applicano, tentativo dopo tentativo, che per decreto. Forse questo l’ha capito meglio Trump dei suoi detrattori”.

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