Editoriale. Un paese da mettere al sicuro

Un Paese da mettere al sicuro


Questo →editoriale di Mario Tozzi, geologo e saggista, è stato pubblicato su La stampa del 25 novembre 2016


Proprio mentre ricordiamo i cinquant’anni dall’alluvione di Firenze come una grande occasione mancata per mutare i rapporti fra gli italiani e il rischio territoriale, le alluvioni riconquistano la ribalta. Con una regolarità che può lasciare stupefatto solo chi non sa o non ricorda. O chi è in malafede. Stavolta per fortuna senza vittime e con qualcosa che sembra aver funzionato meglio che in passato (aspettando con qualche ansia il peggioramento notturno). Si risente positivamente l’effetto di qualche opera ingegneristica che si doveva fare: eliminare i «tappi» lungo le aste fluviali è sempre un bene. Anche la pulizia dai rifiuti (non dagli alberi vivi o dalla ghiaia) in alveo va vista positivamente, così come sembrano funzionare meglio la previsione dell’evento e la comunicazione dell’allerta. E, infine, la tragica alluvione del 1994 non è forse passata invano. Ma se si vuole mitigare davvero il rischio idrogeologico nel nostro Paese c’è sempre e solo una strada: lo sgombero delle aree di pertinenza fluviale dagli insediamenti, perché contro queste nuove alluvioni istantanee non c’è argine che tenga e, soprattutto, non c’è tempo per fuggire.

È difficile e doloroso farlo presente in questi momenti, ma sarebbe sbagliato e diseducativo sottacerlo. Un passo indietro da parte degli uomini rispetto alla natura.

Perché conviene a noi e al nostro benessere prima ancora che all’ambiente. Nel caso specifico, la liberazione di fiumi, torrenti e corsi d’acqua dalle catene di cemento e asfalto e dagli argini sopraelevati che abbiamo imposto loro negli ultimi duecento anni. E lasciare libere aree di esondazione a monte dei centri abitati dove i fiumi possano tracimare senza danni. Difficile farlo in una nazione sovracostruita che si illude di vivere in pianura e senza rischi naturali. Ma impossibile da procrastinare, se non vogliamo contare ancora vittime e disastri.

Lo vediamo in Piemonte e continuiamo a vederlo in Liguria, tra fiumi intombati e dimenticati, fra alvei ridotti ai minimi termini e dove, se non continui a spezzarti la schiena in montagna, la scommessa di sopravvivere nel posto meno indicato del mondo la perdi senza pietà. E lo abbiamo provato sulla pelle viva in tutta la Penisola, in questi anni bersagliati dalle «bombe d’acqua» figlie di un cambiamento climatico cui ci siamo quasi rassegnati. Più ingessi i bacini fluviali, più usi cemento e briglie, più innalzi gli argini, tanto peggio starai in caso di alluvioni improvvise e ragguardevoli: un territorio sclerotizzato è preda del rischio idrogeologico molto più di uno vergine. Un sistema di allerta davvero efficace, veloce e di lettura univoca, accoppiato alla rinaturalizzazione dei bacini idrografici: di questo ha bisogno l’Italia del terzo millennio. Perché i fiumi non sono e non possono diventare canali artificiali. Perché se ci ostiniamo a vivere nei territori di loro pertinenza, i fiumi prima o poi se li riprendono. E perché, se ci sono case e acqua nello stesso posto, nel posto sbagliato ci stanno le case, non l’acqua.


File audio


Guida alla lettura

Interessante perché molto personale la sintassi di questo editoriale. Potreste individuare tutte le frasi ellittiche che vi compaiono. Noterete che tali ellissi sono costituite da parti, rese indipendenti, delle frasi principali o secondarie. Potreste commentare l’effetto retorico di questo procedere sintattico.

2273total visits,1visits today