Inchiesta. Gli archivi dei dati sono quasi inaccessibili

L’Europa registra spostamenti e dati, ma gli archivi sono quasi inaccessibili


Inchiesta di Marco Bresolin, inviato a Bruxelles, pubblicato su La Stampa del 31 luglio 2016


Quella degli jihadisti in Europa è una rete transnazionale. Per gli spostamenti, che molti di loro hanno fatto – spesso indisturbati – tra il loro Paese d’origine e i territori dello Stato Islamico. Ma anche per le comunicazioni, attraverso canali e applicazioni il più delle volte criptati. Il guaio è che dalla parte opposta, quella della sicurezza, sembrano esserci ancora le frontiere tra un Paese e l’altro. I servizi di sicurezza, all’interno della stessa Ue, faticano a dialogare. Non dispongono o utilizzano male le banche dati comuni. Non c’è un vero coordinamento tra le varie Intelligence. Lentezza burocratica e resistenze degli Stati membri frenano poi le iniziative di tipo normativo. Paralizzate anche per l’eterna disputa tra libertà e sicurezza.

Le regole comuni

Un esempio di questa disputa sta nella direttiva 0218 del 2015, una delle primissime decisioni adottate da Bruxelles proprio all’indomani degli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso. Il provvedimento stabiliva una serie di misure da far adottare ai singoli stati per adeguare le varie normative sulla lotta al terrorismo e dunque riconoscere una serie di reati comuni. Otto mesi dopo, il testo è ancora fermo in Parlamento, in attesa della prima lettura. Chi lo contesta lo definisce «liberticida» e «nemico dello Stato di diritto».

Il registro dei passeggeri

Ma se sul fronte legislativo si va a rilento, non se la passano meglio le questioni operative. Per veder finalmente approvato il Pnr (il registro unico dei passeggeri degli aerei) si è dovuto percorrere un sentiero tortuoso. Ad aprile di quest’anno è finalmente arrivato il via libera del Consiglio, ma ora la palla è passata nel campo dei singoli Stati che devono mettere in pratica la normativa. Ecco, la palla è ferma.

I database vuoti

Il vero scoglio, però, riguarda le difficoltà nel mettere in rete le informazioni. Con l’abolizione delle frontiere è stato istituito il Sis, Schengen Information System (poi diventato Sis II con l’allargamento dei confini UE). Il suo obiettivo è quello di permettere ai singoli Paesi di emettere e consultare gli «alert» relativi a determinati soggetti, accusati di crimini oppure che non potrebbero stare all’interno dell’Ue. Non solo, perché – in teoria – dovrebbe contenere anche i dati di persone scomparse, auto rubate, banconote frutto di riciclaggio, etc. Un’infrastruttura utile, ma praticamente vuota, visto che raramente gli Stati ci mettono le loro informazioni.

L’inaccessibilità

Ma c’è un altro problema, che riguarda l’accessibilità al Sis II. Chi può consultare quei dati? In teoria le polizie dei singoli Stati, così come le magistrature. Il guaio è che nel farlo devono muoversi entro limiti molto stretti e procedure rigidissime. Addirittura Europol e Eurojust, le due agenzie europee che si occupano di sicurezza e giustizia, hanno un accesso limitato a un determinato tipo di ricerche. Ma il paradosso riguarda Frontex, l’agenzia che si occupa delle frontiere esterne. Per lei le chiavi del Sis II non esistono. Da tempo il suo direttore, Fabrice Leggeri, lamenta il fatto che Frontex non ha accesso al database, che invece potrebbe aiutare a prevenire possibili infiltrazioni terroristiche tra i migranti.

Il caos delle banche dati

C’è poi il problema della pluralità degli archivi, che a volte faticano a comunicare tra di loro. C’è una banca dati per il sistema dei visti (Vis), una per le impronti digitali dei migranti e dei richiedenti asilo (Eurodac), una per le dogane (Sid), una per la lotta antifrode (Afis), una per Europol, una per Eurojust e via di seguito, con archivi specifici per ogni ambito d’azione. Tra gli obiettivi fissati in un documento della presidenza olandese (che ha guidato l’Europa nei primi sei mesi del 2016) c’è proprio quello di «portare avanti un percorso per facilitare lo scambio e la gestione delle informazioni». L’ammissione che così non va.

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