Inchiesta. Il cinico business delle bufale. Quarta parte

Il cinico business delle bufale, quarta parte: le proposte di Pitruzzella. Una buona, due pessime


Questa è la quarta parte dell’ → inchiesta di Paolo Attivissimo  sul tema delle notizie false che circolano sui mezzi di comunicazione di massa. E’ stata pubblicata su Il Disinformatico del 31 dicembre 2016


Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust italiano, ha rilasciato un’intervista al Financial Times nella quale ha delineato tre proposte di contrasto alla diffusione delle false notizie (o “bufale”). Il FT le riassume dicendo che Pitruzzella propone ai paesi dell’Unione Europea di “costituire enti indipendenti – coordinati da Bruxelles e ispirati al modello delle agenzie antitrust – che potrebbero” fare tre cose:
1. “etichettare rapidamente le notizie false”
2. “toglierle dalla circolazione”
3. “imporre sanzioni se necessario”
Un sunto italiano delle dichiarazioni di Pitruzzella è per esempio sul Sole 24 Ore e su Repubblica (che si concentra soprattutto sul commento polemico di Beppe Grillo). Se vi interessa la mia opinione di debunker di lungo corso, la trovate qui sotto: quelle dei colleghi debunker David Puente e Maicolengel di “Bufale un tanto al chilo” sono rispettivamente in La lotta alle fake news è un attacco alla libertà di parola? Citano la censura per far rumore e Il minculpop e il giornalismo stronzo e approfondiscono la questione con esempi concreti tratti dalla realtà mediatica italiana.

1. “Etichettare rapidamente le notizie false”: Sì, ma perché farlo solo per Internet? Le bufale mica stanno solo lì
Sono a favore di un sistema che consenta agli utenti di sapere al volo se una notizia che stanno leggendo è considerata attendibile o no. Non è semplice, perché non tutte le notizie si prestano a un debunking netto (“Il politico X ha detto Y” è facile da smentire o confermare, per esempio; “tornare alla lira salverebbe l’Italia” molto meno), ma per molte false notizie è tecnicamente fattibile. Gli strumenti tecnici di verifica esistono già, e ci sono già anche alcune soluzioni informatiche di “etichettatura”, come This Is Fake.
Ma questa etichettatura deve valere per tutta l’informazione digitale, compresa quella delle testate giornalistiche e dei siti web, non solo per quella dei social network, dei blog e dei singoli utenti come sembra proporre Pitruzzella. Perché anche i giornali e i siti web pubblicano false notizie, spesso sapendo di aver omesso il minimo controllo sulle fonti (questo mio blog ne ospita molti esempi) o addirittura sapendo di commettere un falso (il recentissimo caso del Guardian che taglia e rimonta le dichiarazioni di Julian Assange rilasciate a Stefania Maurizi per farlo sembrare un pazzo filo-Putin è emblematico).
Il modello da usare, secondo me, non è quello delle agenzie antitrust, lente e burocratiche, ma quello snello e veloce degli antivirus, che segnalano i siti che disseminano malware. Perché per i virus come per le notizie false, la velocità di reazione è tutto.
Sarei d’accordo, quindi, su una sorta di “bollino” di qualità sulle notizie online: ma che valga per tutti, non solo per alcuni. Altrimenti si difende la casta degli editori e dei malgiornalisti e si incriminano solo i cittadini utenti del Web e dei social network, e questo sarebbe inaccettabile. Le bufale sono un danno sociale, ma i social network non devono essere il capro espiatorio.

2. “Toglierle dalla circolazione”: NO. Sarebbe censura
Qui sono completamente in disaccordo con Pitruzzella, per ragioni tecniche ed etiche. Sul piano tecnico, impedire la circolazione in Rete di una notizia (vera o falsa) è semplicemente impraticabile. Non è teoria: abbiamo sotto gli occhi il fallimento pluriennale dei tentativi dell’industria musicale e cinematografica di impedire la circolazione di musica e film. Sappiamo già come va a finire quando si tenta di togliere un’informazione da Internet.
Sul piano etico, qualunque tentativo di “togliere dalla circolazione” va chiamato col suo nome: censura. Dire, come fa Pitruzzella, che si potrebbe “continuare a usare un’Internet libera e aperta” intanto che qualcuno decide di “togliere dalla circolazione” dei contenuti è una contraddizione. Qualunque tentativo di censura richiederebbe forme di sorveglianza di massa assolutamente intollerabili in una società che vuole dichiararsi democratica. Per maggiori dettagli, citofonare Cina.
La censura, inoltre, finirebbe per presentare come martiri i siti che venissero colpiti da provvedimenti per “toglierli dalla circolazione”: essere censurati è il sogno proibito di ogni complottista. È, per lui, la conferma che sta dicendo qualcosa di vero e che fa male ai “poteri forti”.
Al posto della censura, semmai, sarebbe opportuno incoraggiare la pubblicazione di informazioni corrette e verificate. I sostenitori delle “scie chimiche”, per esempio, non si contrastano chiudendo i loro siti: è proprio quello che vogliono per sentirsi eroi dell’aria fritta. È molto meglio pubblicare un buon debunking: i Protocolli dei Savi di Sion e il loro antisemitismo strisciante, per fare un esempio più serio, non si combattono vietandone la circolazione, ma dimostrando che sono dei falsi dilettanteschi.

3. “Imporre sanzioni se necessario”: NO. I bufalari di professione e i propagandisti se ne fregherebbero, esattamente come fanno oggi gli editori
A prima vista l’idea di multare i siti che diffondono notizie false sembra pratica: colpirli nel portafogli parrebbe un buon deterrente. Ma in realtà una sanzione favorirebbe soltanto i gruppi editoriali e spezzerebbe le gambe alle testate giornalistiche minori, ai giornalisti indipendenti e agli utenti comuni. Sarebbe uno strumento di repressione delle notizie scomode al pari delle “querele temerarie” che già sono una spada di Damocle per molti giornalisti.
Multare Facebook? Non fatemi ridere: Facebook ha ricavi per sette miliardi di dollari a trimestre. Persino una sanzione come quella proposta spettacolarmente in Germania (500.000 euro per post) sarebbero trascurabili per un colosso del genere: l’equivalente, se ho calcolato bene, di nove minuti dei suoi ricavi.
Le sanzioni sarebbero inefficaci anche contro i gruppi editoriali, che spesso addirittura le mettono in preventivo, sapendo che comunque guadagneranno di più di quello che pagheranno di sanzione. Un esempio per tutti: Chi e Novella 2000 (RCS e Mondadori) sono state condannate a marzo 2016 a risarcire 40.000 euro ciascuna per la pubblicazione di foto private di George Clooney ed Elisabetta Canalis. Quanto pensate che abbiano guadagnato con le copie vendute in più grazie alle foto illegali?
E cosa succederebbe agli organi di propaganda, come Russia Today, finanziati direttamente dai governi? Nulla. Chi mai volete che infligga multe a un governo come quello russo o americano?
Anche l’ipotesi di disporre delle sanzioni proporzionate ai ricavi, emersa nei commenti dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, mi sembra poco praticabile. Quale giudice, o quale commissione di esperti, si sentirebbe di infliggere prontamente multe da vari miliardi di euro che possano seriamente impensierire colossi come Facebook? Questa responsabilità rallenterebbe eccessivamente le attività di qualunque sistema antibufale e quindi lo renderebbe inefficace.
Personalmente applicherei, come dicevo, il modello snello e veloce delle società antimalware: segnalazione rapida, su basi concordate fra vari esperti, avviso su schermo per gli utenti (che possono decidere se usare o no l’app segnalabufale) e basta. Alle sanzioni e a tutto il resto potrà semmai pensare l’apparato giuridico convenzionale.

1929total visits,1visits today