Intervista. Il garante della privacy europea

Il Garante Ue: inutile limitare la privacy, prima deve migliorare l’antiterrorismo. Buttarelli: “Una volta quando non si voleva affrontare un problema si creava una commissione d’inchiesta, adesso si istituisce una nuova banca dati”. Per il garante della privacy servono anche più risorse per la prevenzione.


Intervista di Marco Zatterin al garante Ue Giovanni Buttarelli, pubblicata su La Stampa del 31 luglio 2016


Il garante Ue Giovanni Buttarelli assicura che non ha senso limitare la libertà dei cittadini nel nome di una maggiore sicurezza quando, in molti Paesi, i jihadisti sfruttano i buchi nell’attività investigativa.

«Prima di adottare misure d’emergenza che abbiano impatto anche su chi non ha nulla a che fare con il crimine – ammette il responsabile Ue per la tutela della Privacy -, sarebbe meglio collegare in modo efficace le banche dati, intensificare la condivisione e l’analisi delle informazioni, quindi migliorare le capacità tecnologiche degli inquirenti». Senza questi quattro passi, assicura, si rischia di non arrivare a nulla. «Possiamo installare tutte le telecamere del mondo e monitorare ogni chiamata o messaggio – avverte -, ma se poi non siamo in grado di capire e studiare insieme gli elementi raccolti, lo sforzo diventa inutile». Senza contare che «rischia di minare la fiducia dei singoli nell’integrità delle comunicazione e dei sistemi».

Non ci siamo. Le regole europee affermano che la Privacy di ogni uomo e donna che vive nell’Unione possa essere limitata a patto che si rispettino i principi di «necessità» e «proporzionalità». Invece Buttarelli – 59 anni, magistrato, garante europeo dal 2014 – fa trasparire la convinzione che la stretta sui diritti personali sia frequentemente figlia dell’inefficienza dei governi e delle loro Intelligence. Ha la voce seria quando dice che «una volta quando non si voleva affrontare un problema, si creava una commissione d’inchiesta, mentre ora si istituisce una banca dati». In effetti ce ne sono tante. Il Sis su cui gira Schengen, il Vis che raccoglie i visti concessi, Eurodac per le impronte digitali, il sistema Europol e quello di Eurojust, solo per citare le principali. Troppa roba, a dire il vero.

Che possiamo fare, dottor Buttarelli?
«Le banche dati Ue sono piattaforme pensate in tempi diversi che hanno creato un mondo in cui le interconnessioni, e i soggetti legittimati a controllarle, sono disomogenei. Spesso sono nate come intese intergovernative e il tempo le ha “comunitarizzate”»

E allora?
«Se il crimine parla una sola lingua, dobbiamo fare altrettanto. Bisogna ragionare sull’interoperabilità delle piattaforme, su come costruirne una sola. La lotta al terrorismo impone una risposta tecnologica che parte dall’uniformità d’accesso ai dati raccolti dalla collettività».

Molti dicono che nell’Ue non si condividono a sufficienza i dati, che c’è sfiducia fra le amministrazioni. Vero?
«Non sta bene criticare chi è nell’emergenza. Però Paesi come Francia, Germania e Belgio hanno dimostrato evidenti défaillance nell’antiterrorismo, nell’analisi delle informazioni e nella loro condivisione. Errori sono sempre possibili. Ma tutti i movimenti dei criminali coinvolti negli attentati dopo Charlie Hebdo erano già ampiamente esaminati. Occorrono misure di polizia, di prevenzione. Più risorse. Anche una “profilazione” più incisiva, ma per gruppi determinati di persone. Non per tutti».

Vuol partire dalle banche dati che non dialogano. Poi?
«C’è la condivisione delle informazioni. Fuori dall’Italia è straordinariamente inefficace, se non inesistente. Il Belgio non era pronto per il 22 marzo. E’ stato uno choc di cui spero si faccia tesoro. Anche francesi e tedeschi avrebbero di che riflettere. I due fratelli degli attacchi a Bruxelles erano stati fermati dalla polizia belga e olandese, gli è stato chiesto di dar conto dei loro comportamenti, eppure non si è verificata a dovere la debolezza delle risposte. Lo scambio con altri amministrazioni sarebbe stato utile».

Abbiamo anche un problema di analisi dei dati?
«L’Italia è un esempio virtuoso. E’ stata efficiente nella valutazione “umana” delle informazioni. Ci differenziamo dagli anglosassoni che raccolgono il più possibile in vista di un utilizzo successivo. Sarebbe importante che in Europa si avesse una capacità diffusa di leggere i segnali di cui si viene in possesso».

La scarsa formazione tecnologica è un ostacolo?
«Anche. Si è visto che i francesi non leggevano adeguatamente le informazioni che i terroristi scambiavano su Telegram. Dobbiamo lavorare insieme sull’abilità di accedere e decifrare ogni rete».

Questo suo poker di suggerimenti richiede esborsi elevati?
«Certo sono investimenti maggiori degli attuali, però daranno frutti. Chiediamoci quanto costa la paura. A Bruxelles la gente esce meno, l’economia ha subito gli effetti indiretti degli attacchi di marzo. L’ansia impone un conto salato».

Dobbiamo pagare un prezzo in termini di Privacy per facilitare la guerra al terrorismo?
«Non ne vedo l’utilità. La Corte di Giustizia ha bocciato diverse misure che hanno violato i dati personali perché non erano necessarie, l’ultima volta è stata con lo Scudo americano. I garanti della privacy non sono dei «Signor no» però sulla base dell’esperienza possiamo dire che ci sono altre soluzioni. Abbiamo tutti gli strumenti per fare un salto in avanti, è su questi che possiamo fare la differenza. A cominciare dalle banche dati».

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