Intervista. Playboy intervista Stanley Kubrick

Playboy intervista  Stanley Kubrick


Questa →intervista di Eric Norden è pubblicata su Playboy del settembre 1968.  Copia della rivista e del testo originale in Inglese si può trovare archive.org. Il testo qui presentato in traduzione italiana è tratto da Stanley Kubrick, Non ho risposte semplici. Il genio del cinema si racconta, Minimum Fax, Roma,2015(2), pp79 ss


Playboy. La maggior parte delle polemiche a proposito di 2001 riguardano il significato dei simboli metafisici che abbondano nel film: i monoliti neri e lucidi, la congiunzione dell’orbita di terra, luna e solead ogni ricorrenza dell’intervnto dei monoliti sul destino dell’umanità, l’impressionante e caleidoscopico vortice finale di tempo e spazio che avvolge l’astronauta superstite e fa da sfondo alla sua rinascita come “figlio delle stelle” che vaga verso la terra in una placenta sempitrasparente. Un critico ha persino definito 2001 “il primo film nietzschiano”, asserendo che il suo tema essenziale è il concetto di Nietzsche dell’evoluzione dell’uomo da scimmia a umano a superuomo. Qual è il messaggio metafisico di 2001?

Kubrick. Non è un messaggio che intendo esprimere a parole, né oggi, né mai. 2001 è un’esperienza non verbale: in due ore e diciannove minuti di film ce ne sono solo una quarantina di dialoghi. Ho cercato di creare un’esperienza in tutto e per tutto visiva, che oltrepassi le categorizzazioni verbali e penetri direttamente nel subconscio con un contenuto emotivo e filosofico. Per ribaltare la frase diMcLuhan, in 2001 il messaggio è il mezzo. Ho voluto che il film fosse un’esperienza intensamente soggettiva che raggiunge lo spettatore a livelli di consapevolezza interna, proprio come fa la musica: “spiegare” una sinfonia di Beethoven equivarrebbe a infiacchirla, erigendo una barriera artuficiale tra concetto e comprensione. Uno è libero di fare tutte le speculazioni che vuole sul significato filosofico e allegorico dle film (e quelle speculazioni sono indicative del fatto che è riuscito ad avvincere profondamente il pubblico), ma non ho alcuna intenzione di tracciare per 2001 un percorso verbale ideale che ogni spettattore si senta obbligato a seguire, pena il timore di non aver capito il film. Credo che se si può parlare di riuscita per 2001, questa consiste nel raggiungere un vasto spettro di persone che di per sé non penserebbero spesso al destino dell’uomo, al suo ruolo nel cosmo e al suo rapporto con le forme di vita più elevate. Ma anche nel caso di chi è molto intelligente, alcune idee che si trovano in 2001, se presentate come astrazioni, rimangono inanimate e vengono assegnate automaticamente a certe categorie intellettuali. Vissute in un contesto visivo ed emotivo in movimento, invece, possono andare a toccare le corde più profonde di un essere umano.

Senza tracciare una spiegazione filosoficamdettagliata per lo spettatore, ci può parlare della sua interpretazione del significato del film?
No, per i motivi che le ho già detto. Quanto apprezzeremmo oggi La Gioconda, se Leonardo avesse scritto in fondo alla tela: “Questa signora ha un sorriso accennato perché ha i denti marci”, o “perché nasconde un segreto al suo innamorato”? Impedirebbe al fruitore di esercitare la sua facoltà di comprensione e lo impastoierebbe in una “realtà” diversa dalla sua. Non voglio che questo succeda a 2001.

Arthur Clarke ha detto del film: “Se qualcuno riesce a capirlo vedendolo una volta sola, abbiamo fallito il nostro scopo”. Perché lo spettatore dovrebbe vederlo due volte percapirne il messaggio?
Non sono d’accordo con quella frase di Arthur, e credo che fosse una battuta. La natura stessa dell’esperienza visiva di 2001 è dare allo spettatore una reazione istantanea e viscerale che non richiede (e non dovrebbe richiedere) un’ulteriore amplificazione. Però, parlando in generale, affermerei che in ogni buon film ci sono elementi che possono aumentare l’interesse e l’apprezzamento dello spettatore alla seconda visione: spesso lo slancio di un film fa sì che non tutti i particolari o le sfumature interessanti abbiano il loro pieno impatto la prima volta che lo vediamo. L’idea che un film si debba vedere una sola volta è un’estensione del nostro concetto tradizionale di film come divertimento effimero, piuttosto che di opera d’arte visiva. Non siamo certo convinti di dover ascoltare un bel brano musicale una sola volta, di leggere un bel libro solo una volta. Ma fino a pochi anni fa, i film erano esclusi dalla categoria delle opere d’arte; e sono felice che questa situazione stia finalmente cambiando.

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