Pro e contro. Tablet e smartphone.

“Non condanniamo i tablet possono stimolare la vivacità”. Le ricerche di diverse università del mondo


Opinione →pro di Valentina Arcovio pubblicato su La Stampa del 9 gennaio 2018. Opinione →contro di Nicola Pinna pubblicato su La Stampa del 9 gennaio


Smartphone e tablet non rappresentano il male assoluto. Tutt’altro. Nelle dosi e nei tempi giusti, infatti, possono offrire stimoli e opportunità di apprendimento che possono fare bene allo sviluppo delle menti più giovani. Nella letteratura scientifica, infatti, ci sono anche studi che rivelano e descrivono una serie di effetti benefici che queste tecnologie possono avere sui bambini e i ragazzi. E studi che mitigano le allarmanti preoccupazioni dei genitori sulle conseguenze del tempo trascorso dai loro figli davanti allo smartphone, al tablet e al computer.

Tra i più recenti c’è uno studio dell’Università di Oxford e della Cardiff University, nel Regno Unito, secondo il quale i tecnogadget non «rubano» l’interesse dei bambini verso altre attività più sane, ma le integrano. I risultati, pubblicati sulla rivista Child Indicators Research, hanno dimostrato che i bambini possono facilmente svolgere più compiti e possono anche adattare il loro comportamento in modo da includere i dispositivi, così come fanno gli adulti. «I nostri risultati – sottolinea Killian Mullan, uno degli autori dello studio – mostrano che la tecnologia in alcuni casi viene utilizzata con e per supportare altre attività, come per esempio i compiti a casa, e non per spingerli fuori. I bambini stanno incorporando la tecnologia nella vita quotidiana. Stanno portando la tecnologia con loro e stanno facendo tutte le cose che farebbero comunque».

Uno studio della Stranmillis University College di Belfast, nell’Irlanda del Nord, ha invece dimostrato che l’utilizzo del tablet a scuola nei bambini tra i 4 e i 6 anni d’età non provoca isolamento. Anzi migliora il rapporto con gli altri. «All’inizio dello studio – spiega il responsabile a capo della ricerca Colette Gray – ci aspettavamo risultati totalmente differenti, e invece l’uso non ha isolato gli alunni. Semmai, ha incrementato anche il loro rapporto con gli insegnanti. Il dispositivo ha fatto da ponte tra le due parti, gli insegnanti e gli alunni, e ha aiutato entrambe le parti a capirsi».

Ci sono poi numerosi studi che assolvono i videogiochi, sia quelli disponibili sullo smartphone e sul tablet, sia quelli sul computer e sulle apposite consolle. L’Università del Minnesota (Usa), ad esempio, ha dimostrato che i giochi d’azione migliorano la capacità di attenzione verso le informazioni a livello uditivo e visivo. Inoltre, l’indagine ha evidenziato una maggior velocità nell’abilità di prendere decisioni utili.

La stessa American Academy of Pediatrics, nelle sue ultime linee guida, riconosce che smartphone e tablet, se utilizzati in modo appropriato e nei limiti, possono essere utili alla crescita dei bambini. La pensa allo stesso modo anche Italo Farnetali, professore ordinario alla Libera università degli studi di scienze umane e tecnologiche di Malta. «Lo smartphone può essere una buona opportunità di stimolazione dei più piccoli», precisa il pediatra. «Più si stimolano i bambini, anche con lo smarphone, e più crescono intelligenti. Ma occhio – precisa – alle dosi e ai tempi giusti».


Opinione contro di Nicola Pinna


“Notti insonni passate in chat. I ragazzi non imparano più”. Il farmacologo: studio i cellulari come una droga

I professori erano quasi convinti che gli studenti si drogassero prima di arrivare a scuola. Ma qualcosa nei loro sospetti sembrava non tornasse: «Gli stupefacenti di solito eccitano mentre i nostri ragazzi ogni giorno si presentano in classe come se fossero storditi». La droga che crea dipendenza tra le nuove generazioni è legale e persino molto più diffusa della cocaina. L’intossicazione da smartphone è un fenomeno diffuso oramai a livello planetario. E non senza conseguenze. «Sì, è vero, gli smartphone stanno arrecando gravi danni ai più giovani – sostiene il neuropsicofarmacologo Giovanni Biggio -. Quella situazione che gli insegnanti delle scuole medie e superiori ci hanno segnalato è proprio la diretta conseguenza dell’uso esagerato dei cellulari».

Il peggio accade durante la notte, quando le chat e gli scambi di messaggi sottraggono tempo prezioso al sonno. «Nella fase di riposo avvengono diversi processi biologici molto importanti – spiega il professore -. Prima di tutto si fissano i ricordi nella memoria, si recuperano le energie impiegate durante la giornata, si produce tutta la melanina che tiene trofici i neuroni e nei soggetti più giovani continua la produzione di nuovi neuroni». La conseguenza, a questo punto, appare quasi scontata: i ragazzi che passano la notte a smanettare sul cellulare, al mattino hanno grosse difficoltà di apprendimento. Non sono ipotesi, ma i risultati di uno studio dell’Università di Cagliari che ha coinvolto quasi seimila ragazzi, tutti alunni delle scuole medie e superiori. Il cento per cento di loro, subito dopo la cena, passa il tempo tenendo lo sguardo fisso sullo smartphone e il 98 per cento sta sul cellulare anche ben oltre mezzanotte. Ma le conseguenze rischiano di essere ben più gravi per quel 46 per cento che si sveglia ripetutamente per tutta la notte, schiavizzato dalla suoneria e dal botta e risposta via WhatsApp che prosegue quasi fino all’alba. «I ragazzi dormono con lo smartphone acceso, sotto il braccio o sotto il cuscino e ogni volta che arriva una notifica ricominciano a chattare. Noi li chiamiamo “utilizzatori a tappeto”. Si svegliano bruscamente e interrompono quei processi neurologici che sono fondamentali per lo sviluppo dei neuroni e l’apprendimento. L’insidia più grande dei cellulari è la luce bianca e blu, tanto che alcune aziende hanno già previsto l’impostazione notturna con illuminazione gialla. Quella specie di flash colpisce la retina e in un attimo blocca la secrezione di melatonina».

Le lezioni e le pagelle ne fanno le spese, ma i ricercatori sono prudenti. «Non direi che la dipendenza da smartphone e tablet stia formando la generazione peggiore, ma di certo gli effetti di questa situazione non devono essere sottovalutati – dice Giovanni Biggio -. Loro stessi, quando abbiamo mostrato cosa avviene a livello neurologico, sono rimasti stupiti e si sono spiegati come mai arrivino a scuola già stanchi e assonnati o perché abbiano grosse problemi a memorizzare le nozioni».

Ma con le difficoltà di apprendimento non fanno i conti soltanto gli studenti. L’altra categoria finita sotto la lente d’ingrandimento degli studiosi è quella dei calciatori professionisti. Un tempo fuggivano dall’hotel del ritiro, mentre ora passano serate intere a chattare. E in campo non rendono. «Non ricordano gli schemi spiegati dall’allenatore e corrono in campo senza una strategia».


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