Romanzo. Solaris. L’arrivo

Solaris. L’arrivo


Questo è un brano tratto dal primo capitolo del →romanzo di Stanislaw Lem, Solaris, 1961, trad it. di Vera Verdiani, Sellerio, Palermo 2013


Alle diciannove, ora di bordo, mi feci strada tra gli uomini schierati intorno al pozzo e lungo i gradini metallici mi calai nell’abitacolo. C’era appena lo spazio per sollevare i gomiti. Appena ebbi avvitata la bocchetta nella presa sporgente dalla parete lo scafandro si gonfiò e da quel momento non potei più fare il minimo movimento. Stavo, o per meglio dire, penzolavo dentro un letto d’aria incorporato in un tutto unico con la corazza metallica.
Alzai gli occhi: attraverso il vetro convesso vidi le pareti del pozzo e, più sopra, la faccia di Moddard china su di esso. Moddard sparì e subito calarono le tenebre: dall’alto era stata fatta scendere la pesante calotta di protezione. I motori elettrici che avvitavano i bulloni fischiarono otto volte, poi negli ammortizzatori risuonò il sibilo dell’aria compressa. I miei occhi, abituati all’oscurità, cominciavano a intravedere il contorno verde pallido dell’unico pannello di controllo dell’abitacolo.
– Sei pronto, Kelvin? – disse una voce nelle cuffie.
– Pronto, Moddard – risposi.
– Tu non pensare a niente. Provvederà la Stazione a recuperarti. Buon viaggio!
– Tra quant’è la partenza? – chiesi, mentre mi arrivava quello che sembrava il suono di minuscoli frammenti di sabbia rimbalzanti su una membrana.
– Sei già in volo, Kelvin. Buon viaggio! – rispose vicina la voce di Moddard.
Prima che riuscissi a capacitarmi, davanti ai miei occhi si aprì un ampio spiraglio attraverso il quale si vedevano le stelle. Invano cercai di rintracciare l’Alfa dell’Acquario alla cui volta si dirigeva il Prometeo. Quel settore del cielo della Galassia non mi diceva niente, non conoscevo neanche una delle sue costellazioni. Nell’esiguo vetro dell’oblò continuava a scorrere un pulviscolo luminoso. Lo seguii con gli occhi in attesa di riconoscere la prima stella, ma non ci riuscii. Gli astri impallidivano dissolvendosi contro uno sfondo sempre più sbiadito: ero già negli strati dell’atmosfera. Immobile, chiuso come in un bozzolo tra i cuscini pneumatici, potevo guardare solo davanti a me. Ancora non si vedeva un orizzonte. Continuavo a volare senza avvertire alcun effetto, se non un senso di calore che a ondate progressive mi inondava il corpo. Dall’esterno mi giunse un lieve e penetrante stridore come di metallo raschiato sul vetro bagnato. Non fosse stato per le cifre che scorrevano sul quadro del pannello, non mi sarei reso conto della violenza della caduta. Le stelle erano sparite, oltre l’oblò si stendeva un chiarore rossastro. Avvertivo il battito pesante del polso, la faccia mi scottava, sentivo sulla nuca il soffio freddo del condizionatore; rimpiangevo di non essere riuscito a vedere il Prometeo: evidentemente era già uscito dal campo visivo quando il sistema automatico aveva aperto la saracinesca dell’oblò.
La capsula ebbe un sussulto, poi un secondo e infine fu scossa da insopportabili vibrazioni che attraverso gli strati isolanti e i cuscini d’aria mi penetrarono il corpo da cima a fondo. Il controno verde pallido del pannello indicatore svanì. L’osservai senza timore: non ero venuto da così lontano per morire una volta raggiunta la meta.
– Stazione Solaris – chiamai. – Stazione Solaris, Stazione Solaris! Fate qualcosa, sto perdendo stabilità. Stazione Solaris, qui visitatore in arrivo. Passo.
Avevo perso un altro momento importante, quello della prima apparizione del pianeta. Mi si stendeva davanti nella sua piatta immensità; la dimensione dei solchi sulla sua superficie mi faceva capire di esserne ancora lontano o, piuttosto, di essere alto, avendo oltrepassato l’inafferrabile confine oltre il quale la distanza da un corpo celeste era l’altezza. Cadevo, continuavo a cadere: adesso lo percepivo anche ad occhi chiusi. Ma subito li riaprii, volevo vedere il più possibile.
Lasciai trascorrere qualche secondo e ripetei l’appello. Neanche stavolta ottenni risposta. Nelle cuffie crepitavano salve di scariche atmosferiche accompagnate in sottofondo da un brusio talmente basso e cupo da parere la voce del pianeta. Nell’oblò il cielo arancione si ricoprì di un velo e il vetro si oscurò: istintivamente mi rattrappii per quanto me lo consentiva l’involucro pneumatico, ma nel giro di un secondo mi resi conto che ra solo un banco di nuvole che, come aspirato dall’alto, subito si dileguò. Continuavo a planare ora nel sole ora nell’ombra, la capsula girava intorno al suo asse verticale e l’immenso, turgido disco solare mi passava davanti spuntando da sinistra e sparendo da destra. A un tratto, accompagnata da crepitii e da un ronzio di fondo, mi giunse all’orecchio una voce lontana:
– Stazione Solaris a volo in arrivo, Stazione Solaris a volo in arrivo. Tutto a posto. Siete sotto il controllo della Stazione. Stazione Solaris a volo in arrivo, prepararsi ad atterrare all’ora zero. Attenzione, inizio del conto alla rovescia. Duecentocinquanta, duecentoquarantanove, duecentoquarantotto …
Gli sporadici mugolii che inframmezzavano le parole rivelavano che a parlare non era una persona in carne ed ossa. La cosa era a dir poco strana. Di solito ogni volta che arrivava un nuovo visitatore, e per di più dalla Terra, tutti si precipitavano all’aeroporto. Non ebbi comunque il tempo di pensarci su perché l’immenso cerchio tracciatomi intorno dal sole s’impennò insieme alla distesa verso la quale mi dirigevo; a questo sbandamento in una direzione ne seguì un altro nella direzione opposta, facendomi oscillare come un grosso pendolo d’orologio. Lottando contro il capogiro avvistai sulla superficie del pianeta, ritta come una muraglia e striata da solchi nero-violacei, una piccola scacchiera bianca e verde, segno di riconoscimento della Stazione. Nello stesso momento qualcosa si staccò con uno schianto dalla parte superiore della capsula: la lunga collana del paracadute ad anello schioccò con violenza producendo il suono, straordinariamente terrestre, di un colpo di vento – il primo vero vento che udissi da mesi.
Le cose si misero ad andare in fretta. Se fino a quel momento ero solo consapevole di stare cadendo, adesso potevo constatarlo visivamente. La scacchiera bianco-verde cresceva a vista d’occhio, ormai mi ero reso conto che era dipinta su una lunga argentea scintillante carena a forma di balena, dai fianchi irti di antenne di rilevatori radar e con scure file di finestre, e che quel colosso metallico, anziché posare sulla superficie del pianeta, ci stava sospeso sopra proiettando sul fondo color inchiostro la sua ellittica ombra di un nero ancora più intenso. Stavo notando i solchi violacei dell’oceano agitati da un lieve movimento quando, all’improvviso, le nubi orlate di abbaglianti bordi scarlatti balzarono verso l’alto, il cielo tra loro ristette piatto, lontano, color arancio cupo e tutto si confuse: stavo cadendo a vite. Prima che riuscissi a dire una parola, una rapida scossa restituì alla capsula l’assetto normale, dietro l’oblò l’oceano, agitato fino al fumoso orizzonte, risplendette come argento vivo; i cavi schioccanti e gli anelli del paracadute si staccarono di colpo e volarono via, trascinati dal vento sopra le onde. La capsula dondolò dolcemente con il tipico moto rallentato indotto dal campo magnetico artificiale e scivolò verso il basso. L’ultima cosa che riuscii a vedere furono le incastellature delle basi di lancio e le torri traforate dei due specchi parabolici, alti vari piani, dei radiotelescopi. Con uno spaventoso fragore di metallo contro metallo la capsula si immobilizzò; poi qualcosa sotto di me cedette e, con un lungo affannoso sospiro, il guscio metallico nel quale mi trovavo confitto all’impiedi terminò la sua caduta di centottanta e passa chilometri.


Guida alla lettura

Questo romanzo di Stanislav Lem si apre con il racconto del viaggio che dall’astronave madre, il Prometeo, porta alla Stazione Solaris.

E’ un racconto ricco di colori e di suoni. Vi proponiamo un esempio di schedatura e di commento.

Schedatura dei colori.

  • Il primo colore è quello delle “tenebre” (“Moddard sparì e subito calarono le tenebre”).
  • Poi il contorno “verde pallido” del pannello di controllo del veicolo.
  • E subito le “stelle”, come “pulviscolo luminoso” che impallidisce su “uno sfondo sempre più sbiadito”.
  • Ma ecco l’annuncio del pianeta Solaris: “un chiarore rossastro”.
  • Il pianeta appare all’improvviso non da lontano, ma già vicino “nella sua piatta immensità”. Ci sono dei “solchi” sulla sua superficie.
  • La capsula continua a scendere e “il cielo arancione” si copre “di un velo”: “un banco di nuvole”.
  • La capsula plana “ora nel sole ora nell’ombra” di un “immenso, turgido disco solare” che spunta da sinistra e sparisce a destra.
  • Poi la caduta diventa vorticosa: “l’immenso cerchio” tracciato “intorno dal sole” si impenna insieme alla distesa verso cui la capsula sta cadendo.
  • La superficie del pianeta appare ora come una “muraglia” “ritta” “stretta da solchi nero-violacei”.
  • E appare la Stazione”: “una piccola scacchiera bianca e verde” che diventa sempre più grande e via via si distingue la sua forma di balena “argentea” e “scintillante”,, i cui fianchi sono ricoperti antenne, radar, e finestre “scure”. La stazione  sta sospesa sulla superficie  “color inchiostro” del pianeta, su cui proietta la sua ombra di “un nero ancora più intenso”.
  • I solchi sulla superficie del pianeta sono “solchi violacei agitati da un lieve movimento”.
  • All’improvviso le nubi “orlate di abbaglianti bordi scarlatti” balzano verso l’alto e la sciano il cielo “piatto, lontano, color arancio cupo”.
  • Ed appare l’oceano sull’orizzonte “fumoso” rispondente “come argento vivo”.

La schedatura dei suoni.

  • Nella capsula appena il viaggiatore è entrato si odono i motori elettrici che avvitano i bulloni e fischiano poi risuona “il sibilo dell’aria compressa”.
  • Voci. Prima quella umana di Moddard che rimane sull’aeronave madre il Prometeo (è il primo dialogo); poi la voce dell’astronauta stesso, che chiama la Stazione Solaris; infine dopo un certo tempo la voce non umana del calcolatore della Stazione. “La cosa era a dir poco strana. Di solito ogni volta che arrivava un nuovo visitatore, e per di più dalla Terra, tutti si precipitavano all’aeroporto”.
  • Lo “schianto” del paracadute che schiocca e produce il suono del vento: “il primo vero vento che udissi da mesi”.
  • Lo “spaventoso fragore di metallo contro metallo” quando la capsula attracca nella stazione.

Il commento

Una sensazione di attesa inquieta si respira in queste prime pagine del romanzo.
I suoni sono quelli consueti di ogni viaggio interstellare fino all’approdo alla Stazione, ma qualcosa non va: la Stazione non risponde subito e, quando lo fa, attiva un computer, il che appare strano al viaggiatore in arrivo. Ma non c’è tempo.
Davanti agli occhi di Kelvin, anche se qualcosa si perde, si apre un caleidoscopio di colori che alimentano la sensazione di incertezza sospesa. Il viaggio inizia in un buio appena scalfito dalla tenue luce della strumentazione di bordo. Le stelle subito scompaiono perché rapidissimo è l’ingresso della capsula nell’atmosfera “rossastra” del pianeta, che diventa ora scarlatta per i bordi delle nubi illuminate dal sole, ora “arancione cupo”. Il pianeta è “piatto” e rigato dai “solchi violacei dell’oceano”, il protagonista della storia che compare qui per la prima volta. Sotto i solchi il fondo è “color inchiostro” e si muove lentamente. La stazione è bianca e verde, sta sospesa sull’oceano e proietta sulla sua superficie un’ombra di “un nero ancora più intenso”.
Il romanzo di Stanislav Lem è del 1961, prima quindi di 2001:Odissea nello spazio. Sono immagini originali e scorrono qui, oltre che sotto gli occhi di Kelvin, anche sotto gli occhi del lettore e destano fin da questo inizio una grande ammirazione, per l’invenzione visiva che nasce dalla profonda conoscenza dello spazio dello scrittore. Stanislaw Lem (Leopoli 2012 Cracovia 2006)  fu infatti professore di cibernetica ed esperto di intelligenza artificiale. La coloratissima e precisa caratterizzazione del luogo dove si svolge la storia di Solaris sembra confermare l’idea che la fantascienza sia una sorta di terreno riservato agli scienziati che qui raccontano ciò che non può o non è dimostrato (per lo meno … non ancora).

 

 

2150total visits,2visits today