Jihadismo autoctono in Italia

Saggio di Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione, prefazione di Stefano Dambruoso. ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano 2014, pp. 19-30 ISBN: 978-88-909499-2-0
Online http://www.ispionline.it/it/EBook/Il_jihadismo_autoctono_in_Italia.pdf.

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Cap. 1 – L’evoluzione del jihadismo in Europa in sintesi

Lo sviluppo di una scena jihadista autoctona in Italia è un fenomeno relativamente nuovo, che si è manifestato solo negli ultimi due, tre anni e con un’intensità ridotta rispetto ad altri paesi europei. Per meglio comprenderne le dinamiche può essere utile esaminare come lo stesso processo abbia avuto luogo, precedentemente e su scala maggiore, in altri paesi dell’Europa occidentale. Per quanto l’esperienza di ogni paese sia caratterizzata da speci ci fattori che inevitabilmente rendono ogni tipo di paragone un esercizio imperfetto, è utile analizzare brevemente le fasi storiche dell’evoluzione del jihadismo in paesi come la Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania, Francia o nei paesi scandinavi, dove l’affermarsi di un jihadismo autoctono risale già ai primi anni Duemila.
La prima fase del jihadismo in Europa può essere individuata verso la ne degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando alcune centinaia di militanti si stabilirono nel continente. In cerca di rifugio dalla repressione cui erano sottoposti nei loro paesi d’origine, veterani del jihad afgano contro l’Unione sovietica e membri di varie organizzazioni jihadiste mediorientali e nordafricane cercarono e, nella maggior parte dei casi, ricevettero asilo politico in vari paesi europei. La presenza di diritti e libertà di cui non potevano godere nelle terre d’origine, la crescita di larghe comunità in diaspora e la poca attenzione dedicata loro dalle forze di intelligence europee resero l’Europa la perfetta base logistica per questi soggetti che continuarono le proprie attività pressoché indisturbati1. Organizzazioni quali l’egiziana Gamaa islamiya o il Gruppo islamico Armato (Gia) algerino crearono sul territorio europeo so sticati apparati dediti alla propaganda, alla raccolta di fondi e al reclutamento di nuovi adepti per supportare le loro attività in Nord Africa2.
Questa prima fase del jihadismo in Europa è caratterizzata da un forte grado di separazione da un punto di vista operativo dei vari gruppi esistenti in Europa. Nonostante condividessero la stessa ideologia, organizzazioni emananti da paesi diversi mantennero un ampio margine d’independenza gli uni dagli altri. Al di là di episodi isolati, la coordinazione tra di loro era limitata a manifestazioni di supporto della causa dei propri fratelli che raramente si traducevano in una collaborazione operativa.
Un’altra importante caratteristica dei network della prima fase era la loro struttura ben de nita e gerarchica. I gruppi algerini, egiziani e tunisini, i più attivi in Europa all’epoca, erano organizzati in base a una rigida catena di comando, attraverso la quale una leadership centralizzata dirigeva un sistema preordinato di cellule in tutti gli aspetti delle loro attività3. Allo stesso modo, i ruoli e le responsabilità all’interno delle cellule stesse erano prede niti e rigidamente divisi4.
Infine è importante notare che durante questa prima fase la maggior parte dei network jihadisti presenti in Europa non manifestò alcuna intenzione violenta nei confronti dei paesi ospitanti, visti perlopiù come temporanee ed estremamente utili basi operative. Un fervore anti- occidentale era ben visibile nei sermoni e nella propaganda dei jihadisti neo-europei, i quali si scagliavano a parole contro quelle che percepivano come la pochezza dei valori morali, la laicità, le politiche estere e la discriminazione contro i musulmani delle varie società europee. Ma l’obiettivo dei militanti dell’epoca erano solo i regimi dei paesi d’origine. I paesi europei vennero risparmiati dagli attacchi salvo quando venivano percepiti come direttamente coinvolti nei con itti nel mondo arabo. A dimostrazione di questa dinamica va considerato il fatto che gli unici attacchi contro un paese europeo perpetrati in questa prima fase furono gli attentati che insanguinarono la Francia tra il 1994 e il 1995. Si trattò di una campagna orchestrata da militanti algerini per punire il governo francese per il suo supporto al governo di Algeri durante la guerra civile che aveva agellato il paese nordafricano in quegli stessi anni5.
La seconda fase del jihadismo in Europa prese lentamente corpo verso la seconda metà degli anni Novanta. Nel 1998 Osama Bin Laden e Ayman al Zawahiri perfezionarono la rigenerazione di al-Qaeda in Afghanistan, creando una piattaforma jihadista globale uf cializzata con l’annuncio della formazione del “Fronte islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati”6. Il progetto di al-Qaeda costitutiva la formalizzazione di un fenomeno che si era lentamente sviluppato negli anni novanta nei campi d’addestramento afghani, sui campi di battaglia della Bosnia, della Cecenia e del Kashmir e in alcune delle moschee più radicali d’Europa. Grazie a queste interazioni i vari gruppi jihadisti presenti in Europa cominciarono a cooperare tra di loro con crescente intensità, passando dallo scambiarsi semplice aiuto morale a rapporti concreti.
L’altra innovazione apportata da al-Qaeda all’epoca fu la convinzione che la migliore strategia per scalzare i regimi del mondo islamico fosse far cessare gli aiuti economici e militari provenienti dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali. Bin Laden e la leadership della sua organizzazione cominciarono perciò a sostenere la necessità che il movimento jihadista globale spostasse il proprio obiettivo sugli Usa, cercando di rendere insostenibile la presenza americana in tutta la regione arabo-islamica. Nella mente di Bin Laden al-Qaeda avrebbe dovuto fare da sovra- organizzazione in grado di riunire i vari movimenti jihadisti sotto un’unica bandiera, in modo che tutti insieme avessero potuto combattere contro i regimi del mondo islamico e i loro protettori in Occidente.
Uno dei risultati di questi sviluppi fu che, verso la ne degli anni Novanta, molti dei network presenti in Europa caddero, anche se con vari gradi d’intensità, nell’orbita del progetto binladenista. Al-Qaeda stabilì solo una ridotta presenza diretta in Europa, mentre per la maggior parte cooptò network preesistenti, in particolare quello algerino. Data la loro familiarità con l’Occidente, i militanti basati in Europa condussero due delle prime operazioni piani cate dal movimento jihadista globale contro l’Occidente: il fallito attacco del capodanno del millennio contro l’aeroporto internazionale di Los Angeles e gli attacchi dell’11 settembre 2001.
I due episodi sono indicativi di due importanti sviluppi. Il fallito attentato di Los Angeles dimostrò come un network che era ancora pesantemente coinvolto in un sanguinoso con itto nel proprio paese d’origine, l’Algeria, fosse al tempo stesso disposto a mettersi al servizio del progetto globale qaedista, indicando un chiaro cambio di passo rispetto alla precedente tendenza dei vari gruppi jihadisti di occuparsi solo dei propri con itti nazionali. Allo stesso modo, il nucleo direttivo degli attentatori dell’11 settembre, essendo composto da individui tutti radicalizzati ad Amburgo, rappresentò una chiara indicazione di come l’Europa ospitasse piccoli nuclei di militanti che, sebbene inizialmente non af liati ad alcun gruppo, potessero essere facilmente cooptati e usati dal movimento jihadista globale.
Nonostante questi sviluppi, l’Europa non divenne un obiettivo primario dei network jihadisti nemmeno in questa fase. Molti gruppi algerini piani carono sì alcuni attacchi, salvo però non andare oltre le fasi organizzative iniziali. Divenne, a ogni modo, sempre più chiaro che il vecchio continente ospitava un numero crescente di militanti, la maggior parte dei quali, al contrario dei “pionieri” della prima fase, si era qui radicalizzata. L’Europa era anche un’importante base logistica, al punto che la maggior parte degli attacchi perpetrati da al-Qaeda in giro per il mondo in quegli anni ha almeno qualche legame con i paesi europei.
Queste dinamiche iniziarono a cambiare verso i primi anni Duemila, quando le autorità di vari paesi europei iniziarono a riscontrare la presenza di nuclei autoctoni. La repressione posta in essere a livello globale dopo gli attentati dell’11 settembre ridusse drasticamente la capacità della leadership di al-Qaeda di comunicare con i propri network in Europa. Né l’uno né gli altri furono completamente annientati, ma il caos che seguì la perdita del santuario afghano forzò i jihadisti europei ad agire in modo differente. Sebbene un certo livello di coordinazione rimase, i network europei cominciarono a operare in maniera più autonoma, restando fedeli all’ideologia e agli obiettivi qaedisti, ma diventando in sostanza indipendenti nelle loro attività7. Come scrive Marc Sageman nel suo importante libro Leaderless Jihad, «la minaccia attuale si è evoluta da un gruppo strutturato di leader di al-Qaeda, che controllano vaste risorse e impartiscono ordini a una moltitudine di gruppi localizzati, informali e che cercano di emulare i loro predecessori piani cando ed eseguendo operazioni dal basso verso l’alto. Questi aspiranti homegrown costituiscono un network globale sparpagliato, un jihad senza leader [leaderless jihad]»8.
Se la pressione esterna fu certamente uno dei principali fattori che determinarono tali cambiamenti, l’evoluzione demogra ca in seno ai network jihadisti europei dell’epoca fu altrettanto importante. Musulmani nati o cresciuti in Europa si erano uniti a network jihadisti ben prima dell’11 settembre, ma la stragrande maggioranza di militanti operanti in Europa negli anni Ottanta e Novanta era composta da immigrati di prima generazione. Dopo il 2001, in parte per via delle ondate di arresti ed espulsioni che colpirono la prima generazione di militanti e in parte per via dell’aumento nel numero di musulmani europei che si unirono a network jihadisti, questo trend subì un’inversione. Le dinamiche cambiarono da paese a paese, in alcuni casi anche in maniera signi cativa. Ma dal 2003 le autorità in molti paesi del nord e centro Europa cominciarono a osservare la crescita di piccoli nuclei e network di jihadisti autoctoni.
Al contrario dei loro predecessori, questi nuclei erano composti da individui nati o cresciuti in paesi europei e che si erano perciò radicalizzati in Europa. Inoltre solo raramente possedevano, almeno sul nascere, contatti con al-Qaeda o altri gruppi strutturati operanti fuori dai con ni europei. Erano, in sostanza, piccoli gruppi formatisi spontaneamente, composti da individui che, abbracciata singolarmente l’ideologia jihadista, cercavano di tradurre il proprio zelo in varie attività, quali unirsi a gruppi jihadisti extraeuropei per addestrarsi, combattere in altri con itti all’estero, oppure perpetrare attacchi in Europa (indipendentemente o sotto la supervisione di gruppi strutturati).
Tuttavia, la crescita di network autoctoni non implica che il modello tradizionale degli anni Novanta sia stato completamente soppiantato. Il panorama attuale del jihadismo in Europa è estremamente eterogeneo e può essere visualizzato come una linea retta. A un’estremità si possono collocare fenomeni puramente autoctoni: piccoli nuclei, o in certi casi agenti individuali (lone actor), composti da soggetti nati in Europa con nessun legame con strutture esterne e operanti in totale indipendenza. All’opposta estremità si possono collocare cellule compartimentalizzate operanti come parti integranti di organizzazioni strutturate e soggette a un ordine gerarchico, secondo il modello dei network degli anni Novanta. In mezzo a questi estremi va collocato un insieme di fenomeni ibridi. Il modello più comune è quello degli attentatori di Londra del 7 luglio 2005: un gruppo di giovani perlopiù nati e cresciuti in Europa, che si conosce nel quartiere o in moschea, e si radicalizza insieme. Alcuni di questi militanti radicalizzatisi autonomamente poi viaggia all’estero dove riesce a ottenere da vari gruppi della galassia di al-Qaeda le necessarie nozioni tecniche che permettono loro di fare il salto, divenendo, da “gruppettino amatoriale” di estremisti, una vera e propria cellula terrorista.

1.1 Radicalizzazione, reclutamento e collegamento
Le domande relative allo sviluppo del jihadismo autoctono in Europa sono tante e scaturiscono pressoché spontaneamente. In che modo giovani musulmani, all’apparenza ben integrati incontrano e poi abbracciano l’ideologia jihadista? E come fanno a passare dal vivere una tranquilla vita da studenti, operai o professionisti in cittadine europee al combattere a anco di alcune delle più pericolose organizzazioni terroriste del mondo, in aree remote dell’Asia o dell’Africa? In altre parole, quali sono i processi psicologici e operativi che portano giovani musulmani europei alla militanza jihadista?
Per rispondere a queste domande e capire le recenti dinamiche del jihadismo in Europa è necessario chiarire la differenza fra tre concetti interconnessi ma differenti: radicalizzazione, reclutamento e collegamento9. Come si è visto, gli esperti non hanno ancora trovato una de nizione unanimemente accettata di radicalizzazione, ma, da un punto di vista operativo, è cionondimeno possibile osservare che, nella stragrande maggioranza dei casi di musulmani europei coinvolti in network jihadisti, la radicalizzazione è un processo che avviene dal basso verso l’alto. Gli studi di Marc Sageman e di altri esperti hanno dimostrato che l’immagine del reclutatore per un gruppo terrorista «che si nasconde nelle moschee, pronto a ingannare individui inermi e ingenui» non corrisponde alla realtà dell’Europa occidentale10. È raro che un membro di un gruppo terrorista vada alla ricerca di una possibile recluta, la introduca all’ideologia jihadista, e la indottrini per poi inserirla nell’organizzazione.
Dinamiche simili erano abbastanza comuni nei network nordafricani degli anni Novanta, quando i soggetti venivano introdotti da parenti o amici a membri di gruppi jihadisti che supervisionavano l’intero processo di radicalizzazione11. Ci sono indicazioni che al-Shabaab, il gruppo somalo af liato ad al-Qaeda, operi in maniera simile, approcciando soggetti non radicalizzati e “coltivandoli” no a introdurli nel gruppo12. Ma, nella maggior parte dei casi, l’assorbimento dell’ideologia jihadista da parte di musulmani europei avviene indipendentemente. In alcune situazioni, questo processo avviene individualmente: il soggetto si radicalizza su internet senza interagire con nessun altro. Questo fu il caso, per esempio, di Roshonara Choudhry, la studentessa del King’s College di Londra che nel 2010 accoltellò il membro del parlamento inglese Stephen Timms per il suo supporto alla guerra in Iraq. Choudhry non aveva alcun legame con nessun gruppo organizzato, ma si radicalizzò da sola, passando intere giornate ossessivamente su internet a guardare per mesi i discorsi del predicatore di al-Qaeda nella Penisola Araba, Anwar al-Awlaki. In obbedienza alla sua chiamata al “jihad individualizzato”, Awlaki Choudhry decise di agire. Casi simili a quello di Choudhry, anche se non sempre caratterizzati da una ne violenta, sono stati monitorati in tutta l’Europa.
Tuttavia, nella maggior parte delle situazioni, la radicalizzazione avviene in piccoli gruppi. I soggetti hanno il primo contatto con l’ideologia jihadista attraverso parenti, amici o conoscenti occasionali. Inizia così un percorso interiore di ricerca e scoperta individuale condizionato da come il soggetto si relaziona all’ambiente circostante e con altri soggetti. I “compagni di viaggio” lungo il cammino verso la radicalizzazione possono essere familiari e amici di una vita o nuove conoscenze. Per quanto la decisione d’imboccare questa strada venga assunta individualmente, il processo di radicalizzazione spesso avviene attraverso l’interazione con altri soggetti che adottano le stesse idee13.
Molto frequentemente predicatori estremisti, veterani di vari con itti e web master di siti jihadisti agiscono come fattori radicalizzanti, esponendo ulteriormente all’ideologia jihadista soggetti che già ne sono simpatizzanti. Per quanto sia frequente che tali elementi radicalizzanti possiedano legami di varia intensità con più gruppi jihadisti, raramente essi agiscono come veri e propri agenti in missione di radicalizzazione. Allo stesso modo, non c’è dubbio che siti internet e altre forme di propaganda create da gruppi jihadisti favoriscano la radicalizzazione di alcuni musulmani europei. Tuttavia, queste iniziative sono dirette alle masse e ci sono poche indicazioni che esistano tentativi da parte di gruppi jihadisti operanti al di fuori dell’Europa di radicalizzare speci ci soggetti direttamente, faccia a faccia. La radicalizzazione jihadista in Europa è, in sostanza, un processo che avviene dal basso verso l’alto.
Un fenomeno diverso, ma correlato, è quello del reclutamento, ovvero il processo attraverso il quale un gruppo terrorista inserisce un soggetto già radicalizzato nei propri ranghi14. Nel caso di molte organizzazioni terroriste operanti principalmente al di fuori dell’Europa, da Hamas alle Tigri per la Liberazione di Tamil Eelam, è appropriato parlare di attività dall’alto in basso, dove membri del gruppo agiscono come veri e propri reclutatori15. Alcuni gruppi legati ad al-Qaeda agiscono in tal modo in certe zone16. Ma in Europa le dinamiche sono alquanto diverse. Anche se esistono eccezioni (network europei legati ad al-Shabaab apparentemente conducono quello che può de nirsi un vero e proprio reclutamento), esistono poche indicazioni di un piano organizzato da parte di gruppi jihadisti per reclutare musulmani europei. Al contrario di quella che può essere l’opinione comune, non ci sono molte indicazioni che uno o più gruppi della galassia di al-Qaeda si siano organizzati per mandare “talent- scout” in Europa per cercare reclute promettenti.
Una dinamica molto più comune è invece quella che vede la formazione di un collegamento tra un individuo o un gruppetto radicalizzatosi autonomamente in Europa e un gruppo jihadista operante al di fuori del vecchio continente. La connessione viene stabilita quasi sempre per iniziativa dell’individuo o del gruppetto basato in Europa e non del gruppo jihadista. Limitando la propria analisi ai Paesi Bassi, ma in realtà descrivendo alcune dinamiche comuni in tutta Europa, nel 2010 l’Aivd (Algemene Inlichtingen- en Veiligheidsdienst, i servizi d’intelligence interni olandesi) scrivevano che «contatti tra network jihadisti e individui qui [nei Paesi Bassi] e network transnazionali di lunga data operanti all’estero» sono stabiliti in vari modi. Ma, aggiungeva l’Aivd, «l’iniziativa per il primo contatto sembra generalmente venire dal lato olandese; non sembra sussistere alcuna strategia piani cata di reclutamento da parte di network transnazionali»17. Al di là di eccezioni isolate, il reclutamento in Europa occidentale non esiste se inteso tradizionalmente come fenomeno dall’alto verso il basso, ma solo in senso contrario. Ed è per questo che è più corretto parlare di collegamento.
1.2 Teorie sulla radicalizzazione
La crescita del terrorismo jihadista autoctono in Europa ha dato origine a innumerevoli teorie che hanno cercato di spiegare il fenomeno, anche se non tutte basate su dati dimostrati empiricamente. Alcune si concentrano su fattori strutturali, come tensioni politiche e con itti culturali. Altre evidenziano fattori personali, quali lo shock di un’esperienza traumatica o l’in uenza di un mentore. In ne varie teorie sono state formulate speci camente per spiegare la radicalizzazione di musulmani europei ed enfatizzano elementi quali la ricerca di un’identità, la discriminazione o la situazione di relativo disagio economico18.
La maggior parte degli esperti, tuttavia, tende a convenire che la radicalizzazione sia un fenomeno altamente complesso e soggettivo, spesso dettato da un’interazione di vari fattori strutturali e personali di dif cile comprensione. I soggetti che hanno adottato l’ideologia jihadista includono una gamma di pro li che varia dal discendente di una delle più ricche famiglie dell’Arabia Saudita, Osama Bin Laden, ad analfabeti cresciuti nel più totale disagio economico. Anche in Europa i pro li dei jihadisti includono criminali che vivono ai margini della società e laureati che lavorano in alcune delle più prestigiose istituzioni del continente, oppure ancora teenager e cinquantenni, convertiti, senza alcuna conoscenza dell’islam, e musulmani con diplomi in teologia islamica, donne e uomini. Pare evidente che non esista una sola via verso il radicalismo ma che ogni caso vada analizzato individualmente. In molti casi, per identi care le dinamiche di radicalizzazione, la psicologia offre più spunti d’analisi della sociologia.
Condensando quella che pare essere l’opinione di numerosi esperti in materia, nel 2008 il “Gruppo di esperti sulla radicalizzazione violenta” della Commissione europea dichiarò che la radicalizzazione avviene «all’intersezione fra una traiettoria personale e un ambiente favorevole»19. Il pro lo personale e la storia di un soggetto sono cruciali per capire il perché di una speci ca reazione a stimoli, in uenze e forze esterne durante il percorso di radicalizzazione. Capire i vari processi psicologici è estremamente dif cile, ma di fondamentale importanza. Al tempo stesso, come dice il Gruppo di esperti, l’ambiente in cui il soggetto vive è ugualmente importante per capire il suo processo di radicalizzazione. È perciò necessario individuare i luoghi (siano essi nel mondo reale o in quello virtuale) in cui i soggetti vengono introdotti all’ideologia jihadista e quelli con cui interagiscono durante l’intero processo.

  1. Petter Nesser, “Chronology of Jihadism in Western Europe 1994–2007: Planned, Prepared, and Executed Terrorist Attacks”, Studies in Con ict and Terrorism, vol. 31, n. 10, 2008a, pp. 924-946; Michael Taarnby, Recruitment of Islamist Terrorists in Europe: Trends and Perspectives, Centre for Cultural Research, University of Aarhus, 14 January 2005.
  2. Lorenzo Vidino, Al-Qaeda in Europe: The New Battleground of International Jihad, Amherst, Prometheus, 2005.
  3. Peter R. Neumann e Brooke Rogers, Recruitment and Mobilisation for the Islamist Militant Movement in Europe, King’s College London, December 2007.
  4. Petter Nesser, “How Did Europe’s Global Jihadis Obtain Training for Their Militant Causes?”, Terrorism and Political Violence, vol. 20, 2008b, pp. 234-256.
  5. Gilles Kepel, Jihad: The Trail of Political islam, Cambridge, Harvard University Press, 2002, pp. 8-13.
  6. The 9/11 Commission Report: Final Report of the National Commission on Terrorist At- tacks upon the United States, New York, Norton, 2004, pp. 63-70.
  7. Bruce Hoffman, “The Changing Face of al- Qaeda and the Global War on Terrorism”, Studies in Con ict and Terrorism, vol. 27, n. 6, November/December 2004, pp. 549-560.
  8. Marc Sageman, Leaderless Jihad: Terror Networks in the Twenty-First Century, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2008, p. vii.
  9. Lorenzo Vidino, Radicalization, Linkage, and Diversity. Current Trends in. Terrorism in Europe, RAND Corporation, 2011.
  10. Marc Sageman, Understanding Terror Networks, Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2004, p. 122.
  11. Petter Nesser, “Joining Jihadi Terrorist Cells in Europe: Exploring Motivational Aspects of Recruitment and Radicalization”, in Magnus Ranstorp, Understanding Violent Radicalisation: Terrorist and Jihadist Movements in Europe, London, Routledge, 2009, p. 89.
  12. Interviste con funzionari di vari servizi d’intelligence europei, L’Aia e Bruxelles, dicembre 2009; Parigi, febbraio 2010; e Londra, aprile 2010.
  13. Marc Sageman, Leaderless Jihad…, cit.
  14. Scott Gerwehr and Sarah Daly, Al-Qaida: Terrorist Selection and Recruitment, in David Kamien, The McGraw-Hill Homeland Security Handbook: The De nitive Guide for Law Enforcement, EMT, and all other Security Professionals, McGraw-Hill, 2006, pp. 73-87.
  15. Todd C. Helmus, Why and How Some People Become Terrorists, in Paul K. Davis and Kim Cragin (eds.), Social Science for Counterterrorism: Putting the Pieces Together, Santa Monica, RAND Corporation, MG-849-OSD, 2009, p. 77.
  16. Per un’eccellente analisi del reclutamento di network jihadisti in Arabia Saudita, si veda come esempio Thomas Hegghammer, “The Recruiter’s Dilemma: Signalling and Rebel Recruitment Tactics”, Journal of Peace Research, vol. 50, n. 1, 2012, pp. 1-16.
  17. Algemene Inlichtingen-en Veiligheidsdienst, Violent Jihad in the Netherlands: Current Trends in the islamist Terrorist Threat, March 2006, p. 6.
  18. Per un’ottima panoramica della letteratura accademica sulla radicalizzazione dei musulmani europei si veda Anja Dalgaard-Nielsen, “Violent Radicalization in Europe: What We Know and What We Do Not Know,” Studies in Con ict & Terrorism, vol. 33, n. 9, 2010, pp. 797-814. Si vedano anche Michael King and Donald M. Taylor, “The Radicalization of Homegrown Jihadists: A Review of Theoretical Models and Social Psychological Evidence”, Terrorism and Political Violence, vol. 23, n. 4, pp. 602- 622; Randy Borum, “Radicalization into Violent Extremism I: A Review of Social Science Theories”, Journal of Strategic Studies, vol. 4, n. 4, pp. 7-36.
  19. Radicalisation Processes Leading to Acts of Terrorism, studio del Gruppo di Esperti sulla Radicalizzazione Violenta della Commissione Europea, 15 maggio 2008.
Author: Redazione
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