L’identità etica della Nazione

L’identità etica di una Nazione non ha niente a che vedere con una radice etnica. Ha a che fare con un complesso di valori riconosciuti, scelti e praticati. La convivenza pacifica tra etnie diverse è un valore fondativo della democrazia. È un’aberrazione accettare la separazione etnica. La crisi delle democrazie, la crisi dell’Occidente, se l’occidente non è una mera denominazione geografica, comincia con la distruzione della Jugoslavia. Noi, l’occidente, abbiamo accettato il principio aberrante che in Serbia possano vivere solo i serbi, che in Croazia solo i croati ,… e oggi accettiamo che in Russia possano vivere solo i russi? che Ucraina possano vivere solo gli Ucraini? Oggi stiamo zitti. Incapaci di comprendere cosa stia accadendo.

Questo commento di Paolo Rumiz è pubblicato come postfazione al saggio di Rezak Ukanovic, Il decimo girone dell’inferno. Una testimonianza diretta dai campi di concentramento in Bosnia, Edizioni Spartaco, S.Maria Capua Vedere, 2022

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Non distogliete lo sguardo, per favore. Qui vi si chiede di leggere fino in fondo, senza saltare le parti più scabrose, perché non si dica ancora: «Non sapevo». Vi si chiede di prendere atto del limite dove può arrivare il sadismo degli umani. Non bestie: peggio di bestie. Nessun animale tortura e uccide un suo simile per piacere. Qui a Omarska, in Bosnia-Erzegovina, è accaduto. Nel cuore d’Europa, a tre ore di macchina dall’Italia. 

Questo libro è il rapporto di un’anima scampata allo sterminio che si è sobbarcata il peso solitario e bestiale della memoria. Uno che vi fa toccare con mano la ferocia che può scatenarsi nel vostro vicino di casa se la propaganda gli devasta il cervello, se l’urlo dell’etnia lo convince da un giorno all’altro che il vostro cognome, religione e cultura sono un’entità demoniaca, e che la pace regnata fino ad allora tra voi è stata solo una tregua, un’illusione. Gran parte di quegli aguzzini sono vivi e impuniti a Omarska e dintorni. Capita che le vittime incontrino per strada chi gli ha massacrato il figlio, il padre, la moglie. 

La vita continua, come niente fosse, in una pace senza giustizia voluta dall’Occidente, in una rimozione generale che può riaccendere il conflitto in qualsiasi momento. Una pace senza monumenti alla memoria. Senza istituzioni che chiedano scusa. Oh sì, dei due supremi mandanti, uno – Milošević – è morto in carcere, l’altro – Karadžić – ci resterà per sempre, ma non si chieda alla giustizia più di un capro espiatorio. 

Oblio e cloroformio sulle ferite della guerra. Nessuno ha voglia di ricordare, né nella Republika Srpska di Bosnia né altrove. Nemmeno le vittime ne hanno più la forza. Figurarsi noi, che siamo nati nella parte “giusta” d’Europa. Noi, che supponiamo di essere diversi (“loro barbari, noi civili”) e invece abbiamo avuto un ruolo decisivo in tutto questo. Noi, che abbiamo perso l’innocenza, accettando dai belligeranti l’idea che la separazione etnica potesse portare la pace. 

Provate a dividere con un taglio netto una coppia di mani fraterne intrecciate fra loro. Ne uscirà sangue a fiotti. È quello che è successo nei luoghi dove serbi, croati e bosgnacchi erano più connessi tra loro. Un mondo jugoslavo fatto di matrimoni misti, di classi medie emergenti, laiche e profondamente europee. Smantellarlo, con le nostre proposte di “cantonizzazione”, non ha fatto che incoraggiare anziché interrompere la barbarie della pulizia etnica. E ha picconato il fondamento stesso di un’Europa plurale. 

Tutto è cominciato allora. La divisione della Bosnia ha spinto il Kosovo alla secessione dalla Serbia, un esempio che ha autorizzato il distacco del Donbass, provocando la guerra in Ucraina che, come un boomerang, ricade su di noi lacerando il tessuto della nostra madre terra europea con uno strappo purulento che ci porta sull’orlo di un terzo conflitto mondiale. Per questo oggi l’Unione stellata tace, cammina quasi rasente ai muri, in un momento in cui dovrebbe essere protagonista. Tace perché ha rinnegato se stessa già negli Anni 90. 

La nostra è una comunità che, rinunciando ai principi, si è ridotta a tutelare i soli interessi. Ma anche gli interessi, se non sorretti da principi, perdono senso e vigore. Col risultato che oggi l’Occidente europeo non sa tutelare nemmeno le proprie convenienze, se è vero che consente a Russia e America di combattersi sul suo territorio, delegando ignominiosamente l’iniziativa di una possibile mediazione ad autocrazie straniere come Cina e Turchia. Un tramonto annunciato. Una decadenza iniziata decenni fa in Jugoslavia. 

Noi, immersi in una realtà virtuale, ci scopriamo incapaci di capire che la terra della democrazia, dei diritti, della filosofia e del welfare è sotto attacco e sta alla fin fine balcanizzandosi, con l’Inghilterra fuori gioco, la Francia spaccata in due, l’Italia in caduta libera come prestigio e la Germania impaurita dalla propria ombra. Non capiamo che, per evitare di diventare una colonia altrui, è proprio questo il momento di fare il salto coraggioso verso una politica estera e di difesa comune. Restiamo imbambolati, sonnambuli, come alla vigilia della Grande guerra. Passiamo dal menefreghismo all’insonnia, dall’aperitivo della happy hour alla visione spaventosa di un fungo nucleare. 

Di fronte ai segni inequivocabili della crisi – conflitti, riscaldamento climatico, inflazione, epidemie globali e migrazioni in massa – ci ostiniamo a credere che la nostra vita possa continuare allo stesso modo. L’Africa, il Sudamerica e l’Asia hanno capito da tempo verso quali orizzonti di sfruttamento dell’umanità sta andando il mondo. Noi no. La lezione delle ultime catastrofi non è servita. Siamo appiattiti su un pensiero unico – atlantico, bipolare e manicheo – e rinunciamo a proclamare e difendere la nostra millenaria diversità di Terra di mezzo. 

Senza memoria di ciò che è accaduto appena ieri, e soprattutto senza ricordare cosa abbiamo finto di non vedere nei Balcani, noi europei smetteremo di vivere l’alterità e le differenze come risorsa e saremo anche noi vittime della logica degli antagonismi. Imboccheremo insomma anche noi la scorciatoia tribale dell’etno-nazionalismo, che ci porterà come sempre a definire noi stessi in negativo, in antagonismo a qualcuno, non più in rapporto al sogno che ci ha fatto nascere. Una scelta pericolosa, foriera di nuovi conflitti a catena. Per definirci, non basta capire contro chi siamo. Serve sapere da dove veniamo e cosa vogliamo. 

In Jugoslavia la dissoluzione violenta è iniziata dall’incendio di uno storico territorio-cuscinetto chiamato Krajina, cioè “frontiera”. Oggi la storia si ripete con la deflagrazione dell’Ucraina, il cui nome ha esattamente lo stesso significato. Vorrà pur dire qualcosa. Ma la storia non insegna un bel niente, nemmeno ai gestori della sicurezza globale. I quali non riflettono sul fatto che l’America ha due oceani per tutelarsi. Noi europei no. Sul lato delle steppe abbiamo a disposizione solo un’intercapedine di spazi neutrali, e proprio di quegli spazi ci stiamo privando, con la Nato che ora va a “proteggere” anche Svezia e Finlandia. 

Tutto come allora dunque: con Mosca che vuole de-ucrainizzare l’Ucraina e Kiev che vuole de-russificarla. Una fotocopia di quanto accadde fra Belgrado e Zagabria. Due pulizie etniche contrapposte che produrranno altro sangue, miseria, infelicità e migrazioni nel cuore del Continente per il gioco egemonico di due superpotenze e per l’ignavia vergognosa dell’Unione. Come Auschwitz, anche Omarska può sempre ritornare.

Audio

https://www.lastampa.it/audio/audioarticoli/2022/11/04/audio/lurlo_delletnia_divide_leuropa-12220046/

Guida alla lettura

Riassumete punto per punto il pensiero dell’autore, riempiendo così la scaletta.

  1. Il testo si apre con un’appello al lettore, di grande effetto emotivo.
  2. Gli effetti criminali della propaganda
  3. Le responsabilità nostre, occidentali
  4. La guerra iugoslava e la guerra ucraina
  5. Il silenzio europeo determinato dall’abdicazione al valore fondamentale della democrazia: la convivenza pacifica di popoli diversi.
  6. Il significato di Krajna.
  7. Conclusione
Author: Redazione
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