Caos apparente

↖️ Vasilij Grossman e il doppio romanzo di Stalingrado

Alla prima lettura di Caos apparente, il mondo di Grossman appare come l’immagine stessa del caos: decine di personaggi, vicende complesse, percorsi che si intrecciano e sfuggono. Il caos è la realtà del mondo in cui viviamo, e la realtà del mondo ci appare spesso incomprensibile. Un’opera d’arte non può che essere un’indagine sul mondo: è uno specchio che lo riflette, non nelle singole vicende narrate ma in qualcosa di molto più ampio. Il senso dell’arte, per Grossman, è proprio questo: impegnarsi a fondo per capire ciò che lo specchio riflette. Il caos che percepiamo e la mano che ci guida dicono che il caos è solo apparente: un’indagine conoscitiva del mondo è possibile. Il doppio romanzo di Stalingrado è governato da un’architettura rigorosa.

In questo saggio, l’autrice segue da vicino il lavoro dell’artista: smonta le strutture, osserva i nodi, le risonanze, i rimandi, le geometrie segrete che tengono insieme il polittico narrativo.

Non è un commento tradizionale, ma una narrazione, che accompagna il lettore attraverso le simmetrie, i raddoppi, le fratture e le zone d’ombra  del doppio romanzo di Stalingrado di Vasilij Grossman, Stalingrado e Vita e destino.

Il discorso si muove in cerchio, come l’opera stessa di Grossman, scegliendo un fuoco tematico (la costruzione in progress dei personaggi, i motivi ripresi, il romanzo storico, …) e costruendo attorno a esso brevi capitoli e pagine visive, per narrare la storia di una guerra  crudelissima  e il suo impatto su una società umana già molto sofferente. 

L’invasione tedesca del 1941 si abbatte su un paese che da più di vent’anni subisce le violenze della guerra civile, della collettivizzazione della terra, dell’industrializzazione forzata, del gulag. Ciononostante il romanzo racconta che la mobilitazione contro i tedeschi fu una reazione popolare, una resistenza popolare, una lotta popolare, nella speranza che una vittoria potesse significare finalmente la fine della fame e delle violenze, la libertà personale. Il romanzo narra anche come e perché quella speranza del dopo svanì proprio grazie alla vittoria sugli invasori, dando inizio così ad un nuovo capitolo sd servitù al potere che ancora oggi non è chiuso.

La tavola dei contenuti

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Un estratto

Le mani che pensano

Ivan Novikov è il fratello del colonnello Pëtr Novikov, ufficiale di stato maggiore e poi comandante delle forze corazzate, l’arma decisiva per la vittoria a Stalingrado..

Ivan Novikov è minatore come già suo padre (l’unico della famiglia a non essere minatore è Pëtr). Ha un ruolo essenziale nella narrazione: rappresenta ciò che accade nelle retrovie, dove si costruiscono le armi e si estrae il carbone necessario ad alimentare le fabbriche che le producono.

Ivan è un minatore che sa tutto del suo mestiere, la sua cifra è la  grande abilità professionale. La competenza unita alla dedizione al lavoro lo connette  con altri personaggi: Andreev il fonditore, Spiridonov direttore della Stalgres, Štrum e il suo maestro Čepyžin, scienziati, Vavilov il contadino. 

Insieme questi personaggi formano una rete che unisce luoghi e ruoli molto distanti, ma accomunati da un tratto fondamentale: tutti cercano nel lavoro soddisfazione materiale e morale.  

Uno dei grandi temi della dilogia grossmaniana è la critica al sistema sociale che si instaurò in Russia dopo la rivoluzione, la guerra civile e l’affermazione di Stalin. La denuncia delle dure condizioni di vita imposte dalla dittatura di partito in ogni luogo di lavoro e nella vita sociale, e la mancanza di libertà sono al centro dell’attenzione in tutta la dilogia. Tuttavia il racconto della durezza della società sovietica dà vita anche ad un tema molto originale: il tema del lavoro umano, raccontato con attenzione, interesse e amore. 

Il lavoro umano

Raccontare gli esseri umani che lavorano non è celebrazione della patria socialista, né stacanovismo di maniera. È invece affermazione del lavoro come fonte di soddisfazione, materiale e morale. Come possibilità di felicità.  Tutto il lavoro umano. Non solo quello di chi svolge un lavoro qualificato, un’attività creativa, una ricerca scientifica, ma anche il mestiere di chi lavora in una centrale idroelettrica o in una miniera o in una fonderia o in campagna.

È il tema darwiniano, e marxista, della mano che guida e forma la mente. Una mano che non si limita a eseguire, ma genera idee, educa, stimola, come ben esemplifica la figura del professor Čepyžin. 

Il romanzo narra l’oppressione della fatica, ma pure la liberazione dalla povertà, come testimoniano le pagine dedicate al lavoro in fonderia o nella miniera degli Urali, o in campagna. E nelle pagine vivaci dedicate ad Andreev, il fonditore, il lavoro è sfida alla materia, è esperienza che mette in gioco competenza, capacità di riconoscere l’errore, riflessione per correggere, determinazione per ottenere il risultato voluto: il lavoro è conoscenza.

Ed infine il romanzo dipana una riflessione sulla tecnica: non come alienazione, ma come promessa di minor fatica e di risultati migliori. Nelle campagne dove si lavora da secoli con pochi strumenti sono arrivati trattori, trebbiatrici, motori diesel, camion, gruppi elettrogeni, biciclette. Si sono costruite fabbriche e centrali idroelettriche.  Come la Stalgres a Stalingrado.

Poi le cose sono andate come sono andate. L’utopia comunista («Voglio che i lavoratori siano liberi, felici, e ricchi!», dice Čepyžin) è affogata nelle purghe e sommersa dal terrore.

Ivan Novikov

Ivan Novikov è un esperto minatore. Lavora sugli Urali, dopo aver lasciato le miniere del Donbass occupato. La sua vicenda si intreccia con quella di tanti altri operai e profughi: uomini e donne, giovani e vecchi, che nelle retrovie della guerra costruiscono il sostegno materiale allo sforzo bellico. È un racconto corale, ma al centro c’è lui: Ivan, che ama il proprio mestiere e non ha mai voluto farne un altro. E pensa con la sua testa.

Da giovane ha lavorato in Norvegia, nel Karakum, nel T’ien-Shan; ovunque si è adattato, imparando nuove tecniche, sempre insieme alla moglie Inna, insegnante svelta a fare i bagagli. Il loro ritorno in patria, forzato dalla malattia della figlia e poi dalla guerra, li ha portati sugli Urali. Qui Ivan continua a lavorare, guidando le squadre che scavano nuovi pozzi. Conosce il mestiere, ne ricorda le condizioni primitive e apprezza il progresso tecnologico: le macchine alleggeriscono la fatica e migliorano i risultati. Ama la bellezza della natura, ma ne ammira anche la trasformazione operata dal lavoro umano: le centrali elettriche, le ferrovie. Il suo sogno è guidare un treno nella notte.

Come Vavilov nella campagna, Ivan rappresenta il lavoro in miniera nella sua forma più cosciente. È un lavoro duro che ancora gode da poco della meccanizzazione. Queste sugli Urali, poi! sono miniere di guerra! Alle difficoltà tecniche si aggiunge la prepotenza della direzione, il totale disinteresse per  la vita durissima dei minatori e delle loro famiglie, in miniera e fuori. Ma  di fronte alla richiesta di aumentare la produzione, invece di denunciare le ingiustizie di cui è testimone, Ivan dice : «Ce la metteremo tutta. Datemi il nuovo piano». Perché?

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Shoah

La narrazione della Shoah si dipana tra la cronaca del processo di assassinio e la riflessione sul non senso dell’accaduto; tra l’acribia nella ricerca delle cause e la natura sfuggente del fatto.

Il racconto ricostruisce lo sterminio con una precisione ed un’esattezza, che nei decenni successivi troverà conferma nelle più importanti e documentate ricerche storiche.Del resto, Vasilij Grossman fu anche storico della Shoah, autore con Il’ja Erenburg del Libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici, 1941-1945.

Ma ciò che è accaduto non è solo crudele, non è soltanto disumano, è qualcosa che va oltre. Parlarne significa, per chi scrive e per chi legge, respirare il veleno delle camere a gas. E tuttavia, l’abominio è tale che tacerne sarebbe peggio.
Lo strumento che il racconto sceglie per tentare di dire l’indicibile è la descrizione, precisa, meticolosa, implacabile. Ogni dettaglio, anche il più minuto, viene portato alla luce.
È questa esattezza che permette di affrontare l’evento, anche se comprenderlo resta un’impresa al limite del possibile.

Nel romanzo, la strage nei ghetti, ai bordi delle fosse, sui treni, nelle camere a gas è raccontata con cruda puntualità. Perché è lì, in quei luoghi estremi, che si trovano i confini dello spirito, è lì che dimora l’inimmaginabile.

Il punto di vista da cui si narra l’assassinio è plurale, è il punto di vista delle vittime, di chi lavora nelle camere a gas, delle SS, dei prigionieri costretti alla collaborazione, dei responsabili della “soluzione finale”, del direttore di un lager di sterminio, Liss, e di uno dei massimi esecutori, l’SS Eichmann. Tra le voci delle vittime, si leva anche quella sommessa e nitida di Anna Semënovna, madre del fisico Štrum, che in una lettera racconta il ghetto, i rastrellamenti, e infine presagisce il proprio assassinio ai bordi di una fossa.

Nelle pagine che seguono affronteremo solo i momenti cruciali della vicenda di questi personaggi.
Per una lettura più ampia vi rimandiamo al saggio di Ferdinanda Cremascoli, Stalingrado. Il polittico di Vasilij Grossman. Memorie plurali e memoria di Stato, disponibile in tutte le librerie online.

Rozenberg, brenner. Il numero dei pezzi

Naum Rozenberg una volta era ragioniere, e finisce anche lui sul treno che lo conduce al gas, dopo essere scampato ad una liquidazione di brenner, una parola terribile da spiegare: brenner significa “bruciatore”. È l’incaricato che, in squadra con altri, disseppellisce i cadaveri dalle fosse comuni per bruciarli e cancellare le tracce dell’assassinio. Il ragionier Rozenberg tiene il conto orripilante: quante persone, “pezzi” vuol che si dica il loro kapò, ha disseppellito? Il conto si fa e si disfa tante volte, la mente del ragioniere non si dà tregua, mentre disseppellisce i corpi, mentre li accatasta sulla pira. La sua concentrazione è massima, in una tensione infinita. È essenziale tenere il conto e costruire a regola d’arte una pira. 

Centodieci più sessantuno più altri seicentododici, conta Rozenberg, fa settecentottantatre solo nell’ultima settimana. Peccato non aver tenuto distinto il numero di uomini donne e bambini. Nei trenta giorni precedenti hanno bruciato quattromilaottocentoventisei corpi, cioè in totale cinquemilaseicentonove; calcola la media per tomba, le tombe sono centosedici, quindi fa una media di quarantotto cadaveri virgola trentacinque per fossa; e calcola che hanno lavorato in venti per trentasette giorni; e calcola quanti metri cubi di legna occorrono per bruciare una persona e quante ore occorrono perché si riduca in cenere. 

E conta, conta per ricordare, e portare testimonianza, e per non essere travolto dalla mostruosità.

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