Commento. Il valore letterario della scrittura di Primo Levi

Il valore letterario della scrittura di Primo Levi


Questo commento è un contributo originale di Ferdinanda Cremascoli per italianacontemporanea.org



La memorialistica sui lager a partire dagli anni Sessanta è molto vasta in Italia. Ogni testimonianza, anche coi limiti della memoria umana, è la tessera necessaria di un mosaico vasto e terribile che bisogna pur conoscere.

Ma l’opera di Primo Levi si stacca da tutte le altre autobiografie per il suo stile di scrittura: l’orecchio italiano vi avverte l’eco, forte e distinta, della letteratura classica italiana, che abbiamo imparato a leggere e ad amare a scuola. Si dice di solito che le letture scolastiche sono noiose e respingenti, ma non è vero, comunque non è vero per tutti. Primo Levi è stato alunno del Liceo Classico italiano negli anni immediatamente successivi alla riforma Gentile. Sicuramente una scuola antiquata, ma coerente nella lezione di un canone letterario elaborato dopo il Risorgimento nei primi decenni dell’unificazione. Primo Levi è stato allievo diligente di una scuola, di cui ha ben assimilato la lezione. In quella scuola Dante ha un posto centrale, le tre cantiche della Commedia sono lette, analizzate, commentate, mandate a memoria nei tre anni conclusivi degli studi medi superiori, nel triennio del Liceo Classico. “Dante Alighieri” si chiama l’associazione fondata negli anni Ottanta del XIX secolo dedicata alla conoscenza e alla diffusione della cultura e della lingua italiana nel mondo.

In Se questo è un uomo la voce di Dante si percepisce con chiarezza non solo per il celebre capitolo “Il canto di Ulisse”, ma perché, per dire l’indicibile, la memoria dei versi dell’Inferno soccorre il testimone, gli dà le parole per dirlo. 

“Qui non ha loco il Santo Volto // qui si nuota altrimenti che nel Serchio” sono i due versi del XXI canto dove un orribile diavolo tormenta un’anima dannata che cerca di difendersi come può, e allora il diavolo la sprofonda ancora e gli dice che la legge morale qui non ha corso. Ed è questo che comprende il prigioniero 174.517 nel primo giorno che chiama di “antinferno”. Ma che il luogo dove è approdato è “l’inferno”, non ha dubbio fin dall’inizio. L’autista del camion che dal treno porta i prigionieri a Monowitz è paragonato a Caronte, solo che non grida: “Guai a voi, anime prave …” È piuttosto uno che svolge il suo dovere quotidiano e chiede ai deportati “cortesemente” “in tedesco e in lingua franca” se abbiano qualcosa di valore …  tanto a loro non servirà più!

È “inferno” anche il groviglio di leggi e divieti spesso insensati (rifare il letto, cioè il sacco con i trucioli su cui si dorme, perfettamente piano e liscio, dare il grasso nero agli zoccoli, badare che la giacca, sbrindellata,  abbia cinque bottoni cinque…) in cui bisogna prestissimo districarsi, per non soccombere. “Infernale” è la musica che accompagna uscita e ingresso dei prigionieri che vanno al lavoro mattina e sera. È infernale infine la babele delle lingue che domina la vita del lager. Un’altra analogia con la Commedia è il plurilinguismo che caratterizza il racconto di Se questo è un uomo. Nel testo italiano compaiono vocaboli e frasi nelle lingue degli aguzzini, il tedesco e il polacco; e ci sono le lingue dei deportati, l’yiddish, l’ungherese, il francese, l’italiano, il russo. C’è la mescolanza delle lingue come evidenzia l’episodio di Schlome, al termine ella prima giornata d’antinferno.

- Sei ebreo? - gli chiedo
- Sì, ebreo polacco
- Da quanto sei in lager?
- Tre anni, - e leva tre dita. (...)
- Qual è il tuo lavoro?
- Schlosser - risponde. Non capisco: - Eisen; Feuer (...)
- Ich Chemiker (...) Bere, acqua. Noi niente acqua, - gli dico. Lui mi guarda con viso serio, quasi severo, e scandisce: - Non bere acqua, compagno, - e poi altre parole che non capisco.

La mescolanza babelica delle lingue è un altro mezzo per raccontare ciò che non può essere detto in una delle correnti lingue umane. “La nostra lingua manca di parole per esprimere quest’offesa, la demolizione di un uomo”. L’episodio più nero nella storia umana ha bisogno dell’eco di un testo poetico e della mescolanza delle lingue perché è persuasione del Häftling 174.517 che “se parleremo non ci ascolteranno, se ci ascoltassero non ci capirebbero”…

Il problema che l’autore si pone è dunque quello di superare i limiti insiti nelle lingue umane. Ecco allora anche il frequente appellarsi al lettore in modo diretto a volte usando la prima persona plurale, a volte la terza persona: 

“Vorremmo ora invitare il lettore a riflettere, che cosa potessero significare in Lager le nostre parole ‘bene’ e ‘male’, ’giusto’ e ‘ingiusto’; giudichi ognuno...”. 
“Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, siano tolte la sua casa, le sue abitudini, ...”

L’appello al lettore si connette alla finalità della scrittura. Come in Dante, anche in quest’opera vive un intento pedagogico, la testimonianza non è solo rivolta al passato, non è soltanto tener fede all’impegno contratto con chi non può più parlare perché assassinato, o con se stesso per superare il trauma subito, c’è anche il pensiero del futuro, la preoccupazione che tali eventi possano ancora accadere, proprio perché l’analisi dell’accaduto ha evidenziato non solo le condizioni del contesto storico, ma soprattutto la fragilità della psiche umana.

De “Il canto di Ulisse” che dire? Lì la voce del poeta antico è la voce stessa dell’umanità, è lo squillo di tromba che consente al prigioniero 174.517 di non smarrirsi, di non perdersi: “Fatti non foste a viver come bruti// ma per seguir virtute e canoscenza”. Questi versi, tornati in mente una mattina di giugno con le stanghe della zuppa sulle spalle, dopo molte settimane di lager, ricordano al prigioniero derelitto la cui coscienza tende a dissolversi, gli ricordano la libertà, “l’alto mare aperto”, il desiderio di libertà “ma misi me”. Gli ricordano l’amore per la vita “una montagna, bruna // per la distanza”, come le montagne che si vedono da Torino … questi versi  danno infine un senso al naufragio “Tre volte il fé girar con tutte l’acque;// a la quarta levar la poppa in suso// e la prora ire in giù, com’altrui piacque.”  E il momento è passato, è già finito, lo squillo di tromba si è dileguato: “infin che ‘l mar fu sovra noi rinchiuso”. “Rinchiuso” non “richiuso” com’è nell’originale dantesco! Occorre spiegare il senso? è il filo spinato del lager che soffoca la libertà.

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