Commento. Il volto umano dell’Occidente. Domenico Quirico

Questo commento di Domenico Quirico è apparso su La Stampa del 11 ottobre 2020.


Per certe figure umane accade come per i luoghi affascinanti, ti vien voglia di fermarti a oltranza, di metterci vita e radici, per riporre con calma quanto ti danno di fatica, di opere e di fuochi da non lasciar morire lungo la china degli anni e delle stagioni. Parlo di due degli ostaggi liberati in Mali, il missionario italiano Pier Luigi Maccalli e la cooperante francese Sophie Petronin. Nei luoghi africani dove i due, da anni, svolgono la loro milizia della fraternità quotidiana, applicata, pressante, Bamoanga in Niger quasi al confine con il Burkina Faso, e Gao in Mali dove il grande fiume si slarga a ventaglio lucente e opera la piccola ong che si occupa dei bambini malnutriti, la gente ne ha festeggiato la liberazione come se fossero persone di famiglia. Compagni di vita: non bianchi, occidentali, stranieri.

Non conta per loro che lui sia cristiano, “infedele’’ e lei convertita all’Islam (per questo insolentita dalla destra francese al trucido belare: traditrice, rimandatela indietro!). Risuonano, anche Oltralpe, assonanze con quanto accaduto in Italia per un altro ostaggio, Silvia Romano. Anche lei cooperante. Sono due punti della terra, Bamoanga e Gao, dove uomini afflitti guardano scorrer la sabbia; dove sono necessari rinforzi urgenti, quotidiani di misericordia e supplementi di carità affinché la Storia non sia solo pessima e torva. Dovremmo chiederci il perché di questa gioia. La risposta è che queste due figure rappresentano quello che loro, gli africani, vorrebbero fossimo noi, l’Occidente che si aspettano di vedere, incontrare, amare. Perché vivono una storia che è anche la loro. Uomini e donne che vengono per tendere la mano, per aiutare, alla pari, la loro difficile traversata nella miseria, nella corruzione, nella violenza identica praticata dai presidenti e dai ribelli.

Un Occidente che non propone modelli da copiare, si offre e non chiede nulla, né conversioni di anime né contropartite economiche o scambi di utilità politiche. Che impara la loro lingua e non impone la propria, che indossa le stesse vesti, mangia lo stesso cibo, patisce la stessa fatica sotto il firmamento immenso. Che dopo quattro anni di prigionia tra i jihadisti, a 75 anni, dice: «Abbiamo tutti delle prove da attraversare…». E quella frase anche loro potrebbero sillabarla, abituati come sono agli insistenti, inesorabili, arroganti facitori d’ingiustizia. Non fraintendiamo: non parlo di piccole storie da catechismo, figurine incastrate nel presepio. La santità, anche quella laica, è eccezione e non modello. Basta guardarli i due ex ostaggi per sentirne la stoffa: non volti macerati dalla disciplina dell’anima, che impone subito, con l’odore della naftalina, abissali smarrimenti a noi abituati alle piccole diserzioni quotidiane. Sono, il prete e la cooperante, forti, lei con un sorriso malizioso, e la voglia di ricominciare subito.

Parliamo semmai di politica, sì di politica internazionale, di strategia pratica per impedire che il terzo mondo diventi, come sta accadendo, una immensa retrovia di jihad fanatiche. Gli uomini e le donne che transitano accanto a Pier Luigi Maccalli e Sophie Petronin, sono abituati ad un altro Occidente. Quello dei notabili politici in mercedes che vengono a stringere le mani dei loro presidenti e dei loro ministri ingolfati in mille traffici, soperchierie e ladrocini; e che dopo una nuotata nell’acqua santa della cooperazione e della democrazia approdano subito nelle terre basse degli affari. Promettono sviluppo e modernità, e loro si domandano: sì ma quando?
Sono abituati alle facce degli uomini di affari che scendono a firmar contratti, comprano le loro disgraziate ricchezze a prezzo di favore, dando una mancia ai complici locali. Osservano la cooperazione che stazza tonnellaggi da multinazionale, che non vedono in faccia perché vive blindata nei suoi fortilizi sicuri e distribuisce aiuti con la indifferenza con cui si elargisce un premio di produzione o un’elemosina.

Sono abituati a incrociare nelle piste di polvere occidentali in tuta mimetica, marziani affardellati di giubbotti, mitra, visori, congegni elettronici, che si muovono su mezzi da fantascienza. Vengono a portare “sicurezza”, a dar la caccia al “nemico”. Ma il nemico parla la stessa lingua, hanno lo stesso dio, veste allo stesso modo. Già. Chi è il nemico? Le immagini prendono significati diversi. Le didascalie si intorbidano. L’Occidente, un’altra volta dopo il colonialismo, confonde, delude.

Ci sono momenti in cui cosa bisogna fare lo si capisce di più, con estrema nitidezza. Nel Sahel, per l’ennesima volta, ci si batte per conquistare, prima che un territorio, i cuori e le menti. I jihadisti schierano il kalashnikov e dio, la fede e la voglia di vendetta, parossismi e corrosioni. Ha funzionato in altri luoghi, funziona purtroppo anche qui. Noi schieriamo forze speciali, elicotteri, droni, denaro, alleati impresentabili, vaghe promesse, il virus del: ti aiuto Africa se mi dai le basi e le materie prime. Non basta.

Ci vogliono esempi semplici e chiari: come questi due ex ostaggi

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