Dibattito. La crisi delle democrazie

La crisi delle democrazie e l’insorgere di nuove forme di dittatura è un tema di dibattito che La Stampa ha proposto nell’aprile 2021 a quattro diverse personalità: il classicista Luciano Canfora, lo scrittore Antonio Scurati, il politologo Giovanni Orsina e il giornalista Günther Wallraff. Qui, su italianacontemporanea.org, questo dibattito è rubricato nel tema Democrazia e manipolazione

Luciano Canfora

Intervista di Mirella Serri su La Stampa del 13 aprile 2021

Canfora: è il mercato il vero dittatore. “Anche in Europa la democrazia è un fantasma”. La riflessione dello storico dopo l’accusa di Draghi al presidente turco Erdogan: un avvertimento ad Ankara e ai partner della Ue

«Riusciamo a immaginarci Churchill o Roosevelt che si indirizzano direttamente a Mussolini chiamandolo despota? Non era pensabile. Caso mai suggerivano alla stampa inglese o americana di farsi portavoce di prese di posizioni ostili, magari molto esplicite. Ma i due storici leader mai avrebbero usato in prima persona una parola così forte. Quando Mario Draghi ha dato del “dittatore” a Erdogan non ha seguito certo un impulso provocato dal maschilismo e dalla scorrettezza istituzionale dimostrata dal presidente turco nei confronti della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Macché, il capo del governo non ha compiuto per nulla una mossa avventata». Non ha dubbi sulle motivazioni che hanno spinto il presidente del Consiglio a dare del dittatore a Erdogan il professor Luciano Canfora, storico e notissimo filologo classico.

Il nostro premier ha voluto dare un colpo di frusta alle dittature che si stanno profilando nel mondo, come ha suggerito due giorni fa sulle colonne della Stampa il direttore Massimo Giannini?
«Draghi non è un impulsivo o un passionale. E nemmeno, ovviamente, un “impolitico”. Ogni sua parola è calcolata. Se si fosse trattato di una “voce dal sen fuggita”, di una scelta estemporanea, il premier avrebbe fatto marcia indietro. E invece niente. Ha voluto lanciare un avvertimento duplice. Il primo diretto ad Ankara: uno stop in modo che Erdogan non si potesse illudere di fare passi avanti nella sua richiesta di adesione alla Ue. E il secondo rivolto ai partner europei: un monito per far sentire il peso e la presenza dell’Italia».

Ha voluto esprimere la preoccupazione per la salvaguardia della democrazia e dei diritti umani?
«Non mi risulta che abbia formulato giudizi analoghi sul presidente dell’Egitto al-Sisi, responsabile della drammatica scomparsa di Giulio Regeni e che con la sua presidenza ha inciso pesantemente sulla situazione dei diritti umani in Egitto. Draghi di recente è andato in Libia. Purtroppo ha parlato in termini assai improvvidi di migranti “salvati dalla Guardia costiera”. Notoriamente i migranti che lui definisce “salvati” vengono portati in campi di prigionia, veri e propri lager, e durante le cosiddette operazioni di salvataggio la Guardia costiera libica si comporta con estrema crudeltà nei confronti di chi sta fuggendo da situazioni impossibili. Quindi che motivo c’era di definire il solo Erdogan un dittatore?».

Per la Turchia come per la Russia si parla di «democrature», di sistemi di governo profondamente illiberali nei quali si tengono le elezioni però poi di fatto i cittadini non godono di tutte le libertà civili che esistono nei Paesi davvero democratici. È così?
«Non credo all’esistenza della “democrature”. In Turchia tra un paio di anni si voterà di nuovo. Addirittura a governare alcune importanti città vi sono sindaci che appartengono a partiti d’opposizione. Prendiamo le nostre democrazie. Hanno ceduto la facoltà decisionale a strutture non democratiche. Basta guardarsi intorno. Eleggiamo ogni quattro anni un fantasma che si chiama Parlamento europeo e che passa il suo tempo a discutere le dimensioni delle gabbie per i polli. Le decisioni fondamentali le prendono la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario, tutte istituzioni che non sono state elette. Come ha detto anni fa un presidente della Bundesbank, “non mi interessa il suffragio degli elettori, mi interessa il suffragio dei mercati”. Si trattava di Hans Tietmeyer che nel 1998, alla vigilia del lancio dell’euro, invitò ad affiancare il suffragio permanente dei mercati globali a quello delle urne. E Draghi non è stato scelto proprio per tutelare i mercati che peraltro si fidano di lui?».

Stiamo andando verso quella che si chiama una democrazia del Capo, un «presidenzialismo non dichiarato». Dal governo di Giuseppe Conte a quello Draghi si è passati per volontà del presidente Sergio Mattarella.
«Queste scelte rafforzano la sfiducia dei cittadini nei confronti del reiterato rito elettorale. Siamo tutti consapevoli che il vero potere è altrove, nei “poteri retroscenici”, vale a dire nei grandi potentati economici e nel meccanismo dell’accumulazione. Ci troviamo in una sorta di “ordoliberismo” dove i mercati esercitano una specie di “plebiscito permanente” sulle politiche nazionali, guidandole e indirizzandole come se il plebiscito sancito dalla Costituzione e attribuito alla sovranità popolare venisse sostituito dal suffragio dei mercati. Non facciamo altro che dar vita a leggi elettorali che depotenziano la capacità d’incidere dei votanti. Si può chiamare democrazia la nostra, quando non si dà voce alle minoranze? Da una quarantina d’anni il nostro sistema sta perdendo i suoi connotati democratici».


Antonio Scurati

Scurati: “Con i dittatori possiamo dialogare ma senza perdere l’anima”
Parla l’autore di «M», la saga su Mussolini e il Ventennio fascista

Intervista di Cesare Martinetti pubblicata su La Stampa il 14 aprile 2021

Con i dittatori dobbiamo avere rapporti, ma senza dimenticare i nostri valori e senza perdere la nostra anima. Così dice Antonio Scurati autore di M, la saga del duce del fascismo, per ora uscita in due volumi pubblicati da Bompiani. Gli abbiamo chiesto se era d’accordo con Mario Draghi che ha definito il presidente turco Erdogan un «dittatore». Ne è nato un confronto sullo stato – incerto – delle democrazie.

Lei lavora da anni sulla figura di Mussolini. È d’accordo con la definizione di Draghi?«Sì, anche se sono rimasto sorpreso. Lo considero un atto verbale al tempo stesso ingenuo e sapientissimo, espresso con quella forza dello scandalo in senso evangelico, come il bambino che dice: il re è nudo».

Draghi come un bambino?
«Ovviamente non lo penso. Ma credo che, in base alla nostra cultura democratica occidentale, la Turchia odierna non sia affatto una democrazia».

E ci vede delle similitudini con Mussolini?
«Le somiglianze non sono poche. L’aspetto più interessante è l’avvento e la conquista del potere da parte di un uomo che calamita su di sé anche consensi vastissimi, militanti, di una buona parte della popolazione turca».

Qual è la sua definizione di dittatura?
«Non ne ho una univoca. La distinzione rispetto all’antichità è che quelle di oggi non si propongono come sospensioni temporanee dell’ordinamento democratico, ma come organizzazioni del potere dichiaratamente alternative e preferibili alla democrazia. È questo il novello il convitato di pietra che siede alla nostra tavola».

Quindi secondo lei siamo stati vittima dell’illusione che la democrazia fosse acquisita per sempre?
«Eravamo abituati a pensare in termini universalistici alla democrazia a partire da un senso di superiorità etica. Dittatura e dispotismo sono invece fenomeni umani totali, antropologici. Non è ovvio che la democrazia possa esistere. Mussolini e Hitler dicevano che gli Stati totalitari erano preferibili agli Stati democratici e non se ne vergognavano. Ci sono politici anche prossimi a noi che non oserebbero dichiararsi antidemocratici, ma che prendono posizioni aperte contro la democrazia».

Anche in Italia?
«L’esempio di scuola, al di là di quello che sarà il pronunciamento della magistratura, il momento in cui Salvini ministro dell’Interno forza la consuetudine e forse anche alcune leggi per impedire gli sbarchi dei migranti, creando un confitto nelle istituzioni e accreditando l’idea che la violazione delle consuetudini democratiche è preferibile alle consuetudini democratiche».

Però poi tutto è rientrato nel gioco democratico e dell’equilibrio dei poteri. I dittatori nella storia diventano tali con la violenza.
«Le politiche esplicitamente antidemocratiche cent’anni fa si avvalevano della violenza fisica fino all’omicidio. Oggi agiscono all’interno delle regole del gioco democratico per indebolirle, diffamarle, disprezzarle. Pensiamo a Donald Trump. È eletto in modo democratico, salvo l’ombra non da poco del sostegno dei pirati informatici russi. Ma una volta al potere continua a ostentare quel disprezzo per le istituzioni su cui si regge la democrazia americana fino all’inquietante e grottesco assalto fisico finale».

Ecco, però poi ha perso le elezioni. In Turchia, tra due anni, ci saranno nuove elezioni: le principali città, Istanbul, Ankara e Izmir, sono governate da sindaci di opposizione. Il potere è contendibile, non le sembra?
«Il mio no è netto. Se tu incarceri anche un unico oppositore su 70 milioni di abitanti, il potere non è contendibile, la partita è truccata, vige un clima di paura per la propria incolumità. Nelle dittature il corpo ha un’importanza centrale, pensi a quello di Mussolini, prima adorato e poi massacrato. Se la tua opinione politica può metterti in pericolo fisicamente, non sei più in un clima democratico».

Come nel caso estremo del corpo dell’oppositore Navalny, in Russia?
«Certo. Senza offendere nessuno, stiamo parlando di nazioni che sono storicamente e orgogliosamente estranee alla cultura democratica. Conosco molti russi che ammirano Putin, non certo per le sue virtù democratiche».

Allora diventa anche simbolico che in questa vicenda Erdogan-Unione europea ci sia all’origine un corpo, quello di Ursula von der Leyen. Che cosa le suggerisce?
«È vero, un corpo femminile messo da parte. Erdogan ha manifestamente insultato i valori fondanti della democrazia europea in due modi: umiliando il capo della Commissione Ue e umiliandola in quanto donna, laddove la parità è un altro dei valori fondanti della democrazia».

Tutto è avvenuto con l’acquiescenza del presidente Ue Charles Michel. Come giudica il suo comportamento?
«Il mio timore è che in quell’atteggiamento torni quella politica di “appeasement” che portò le democrazie occidentali al cedimento di fronte a nazismo e fascismo».

Cosa ne pensa della seconda affermazione di Draghi che ha fatto discutere e cioè che con le dittature si deve cooperare nell’interesse del Paese?
«Dobbiamo, ma il principale interesse nazionale di un Paese democratico è la tutela dei suoi fondamentali valori democratici. E senza alludere a nessun improbabile paragone storico vorrei ricordare la formidabile battuta di Churchill dopo Monaco. Quando il primo ministro inglese Chamberlain esibiva il foglietto degli accordi con Hitler e Mussolini come l’accordo che avrebbe garantito la pace, Churchill disse: “Potevate scegliere tra il disonore o la guerra. Avete scelto il disonore, avrete la guerra”».


Giovanni Orsina

Il sonno della politica genera mostri. Così le democrazie fragili e precarie hanno lasciato spazio ai regimi autoritari. Giovanni Orsina interviene nel dibattito sulla crisi del sistema occidentale

Commento pubblicato su La Stampa del 15 aprile 2021

Nel secondo decennio del XXI secolo si è chiusa (forse) una fase storica rivoluzionaria durata quasi cinquant’anni. Se non partiamo da questa premessa, difficilmente potremo capire che cosa stia succedendo all’Occidente, alla democrazia e, più in generale, all’ordine mondiale. «Ohibò» – obietterà chi legge – «una rivoluzione nell’ultimo mezzo secolo? Ma è vero semmai il contrario: questi sono stati i decenni della fine della rivoluzione!». Sì e no: sono stati i decenni della fine della rivoluzione politica, ma pure del trionfo di quella antipolitica. Ed è la crisi di questa seconda rivoluzione, quella antipolitica, che stiamo vivendo oggi. Ma andiamo con ordine.
Il comunismo è stato la più importante e duratura utopia politica del Novecento, ma il suo tramonto ha cominciato a farsi visibile già negli anni Sessanta del secolo scorso. Il Sessantotto ha rappresentato l’estremo tentativo di rigenerarlo, a Ovest del Muro coi moti studenteschi e operai, a Est con la Primavera di Praga. Il fallimento di quel tentativo ha dato avvio alla fuga dalla politica come attività collettiva, ideologicamente fondata e finalizzata alla trasformazione del mondo. Gli anni Settanta sono stati così, nelle democrazie avanzate, l’epoca del «riflusso», del trionfo del privato, del declino dell’uomo pubblico. Nel blocco sovietico, il decennio in cui i dissidenti – Václav Havel, Adam Michnik, György Konrad – hanno teorizzato l’inutilità dell’impegno politico e la necessità che l’opposizione al regime fosse portata sul terreno etico.

Ma fuggire dalla politica non significa fuggire dall’utopia. Del resto, chissà se la modernità secolarizzata saprebbe vivere senza utopia. La spinta verso la costruzione di un mondo perfetto non si è esaurita, allora, ha soltanto imboccato altri percorsi: ha smesso di puntare all’emancipazione collettiva delle classi o delle nazioni per concentrarsi sull’autodeterminazione dei singoli individui, e per promuoverla si è affidata a strumenti non politici. A partire dagli anni Settanta si è affidata ai diritti umani, alle convenzioni internazionali, ai tribunali, alle corti costituzionali. Dagli anni Ottanta, al mercato. E infine al progresso tecnologico, alle istituzioni tecnocratiche, ai processi d’integrazione globale.
L’utopismo antipolitico ha raggiunto lo zenit negli anni Novanta. Non per caso, in quel decennio, in tante democrazie i partiti di destra e di sinistra si sono avvicinati al centro, la destra accettando i diritti, la sinistra il mercato. Non c’era più spazio per fare politica, insomma. Quando si parla di utopismo e di anni Novanta il primo nome che viene in mente è quello di Francis Fukuyama con la sua fine della storia. Ma Fukuyama ha avuto un successo planetario proprio perché ha saputo condensare lo spirito di quell’epoca, spirito che infatti ritroviamo, in forme diverse, in moltissime altre pubblicazioni uscite nello stesso torno di tempo.

Nelle pagine di quei libri si aggirano – se non altro in prospettiva – folle di Individui Globali felicemente sradicati, privi di identità precostituite e perciò liberi di costruirsi l’identità che vogliono, svincolati da gerarchie o rapporti di potere, non limitati da vincoli territoriali. Certo, in molti di questi libri ci si chiede pure che cosa ne sarà della politica e della democrazia, in un mondo cosiffatto. In genere però se ne auspica o profetizza vagamente la ricostruzione a valle della trasformazione epocale, ritenuta del resto ineluttabile, senza chiarire come di preciso la politica democratica si ricostituirà, infine. Nell’utopia antipolitica degli anni Novanta, invece, la democrazia e l’Occidente hanno finito per annegare. L’Occidente perché si è convinto che l’affermarsi di quell’utopia rappresentasse il suo trionfo, e di non essere quindi più necessario perché l’intero globo si era ormai occidentalizzato, o almeno era in via di occidentalizzazione. La democrazia perché, banalmente, gli Individui Globali non si addensano in un Demos né sopportano il Kratos.

L’utopia antipolitica è cominciata ad andare a male nel primo decennio del XXI secolo, con l’11 settembre prima, la Grande Recessione poi. Negli ultimi vent’anni ci siamo così resi conto dei suoi risvolti distopici: ce ne siamo resi conto lentamente, li abbiamo negati a lungo, e poi ce ne siamo sorpresi e per un po’ non li abbiamo capiti, perché nel frattempo ci si era anche atrofizzato il senso storico. Che cosa abbiamo fatto allora? Ovvio: abbiamo cercato di tornare alla politica. I regimi autoritari hanno tirato le briglie, soffocando la dialettica interna per poter essere più efficaci all’esterno. Le democrazie fragili e precarie sono scivolate verso l’autoritarismo. E nelle solide democrazie occidentali, come reazione alla dissoluzione dell’Occidente e della democrazia, è emerso il sovranismo.

Oggi, in conclusione, delle due l’una. O la crisi dell’utopia antipolitica dimostrerà di essere un semplice appannamento temporaneo, e il vento tornerà presto a soffiare nelle vele dell’Individuo Globale protetto dal diritto e nutrito dal mercato. Oppure le democrazie dovranno reimparare a fare politica. Con un Demos, un Kratos e un’idea di Occidente.


Günther Wallraff

Günter Wallraff: “Cina, Russia, Turchia: i diritti negati. L’Europa non argina il Sultanato di Erdogan”

Intervista di Letizia Tortello pubblicata su La Stampa 16 aprile 2021

Il ricatto sulla pelle degli esseri umani è la carta più potente che un autocrate può giocare. Erdogan, «aspirante dittatore», l’ha capito benissimo e va all’incasso. Mentre «l’Europa è ormai in un angolo: minacciata coi migranti, non riesce a uscire dal dilemma dell’accoglienza». Sono passati trentacinque anni da «Faccia da turco». Da quell’inchiesta sotto copertura che ha trasformato il reporter-camaleonte tedesco Günter Wallraff in un’icona del giornalismo internazionale, fino a brevettare il metodo «wallraffa», entrato nel dizionario dell’Accademia di Svezia come tecnica di travestimento investigativo per raccontare la realtà nei panni dei protagonisti. All’epoca erano quelli di Alì, un «Gastarbeiter» (lavoratore straniero) venuto dal Bosforo per fare l’operaio in Germania. Immigrato necessario per le industrie tedesche, ma discriminato ogni giorno in una vita d’inferno, tenuto ai margini della società. Nel 1987, la Turchia chiese di aderire alle Ue. Oggi quel cammino sembra ormai abbandonato, il Paese cerniera tra Oriente e Occidente «è sulla strada di un sultanato islamofascista», dice Wallraff. Da lì i migranti continuano a partire, ma stavolta, dopo la guerra in Siria, sono usati da Erdogan come uno spauracchio per le democrazie europee. I rapporti economici e politici sono diventati scontro umanitario e conflitto sui diritti. Con Ankara, tutto è da riscrivere.

Günter Wallraff, chi è Recep Tayyip Erdoğan? Il premier Draghi l’ha definito «dittatore».
«È difficile trovare un termine per classificare correttamente questo despota. Autocrate è innocuo, dittatore gli rende più giustizia. Chiamo Erdogan un “aspirante dittatore”: è un autoritario profondamente antidemocratico, più vicino alle dittature di Cina e Russia che al sistema di valori europeo. Il suo obiettivo sembra essere l’istituzione di un sultanato islamico-fascista. Ho sempre avvertito tutti che le sue ambizioni, le violazioni dei diritti umani e la giustizia arbitraria – lì non si può parlare di giustizia da molto tempo – erano già molto gravi anni fa. I suoi metodi sono ormai noti, come il recente tentativo di bandire il partito curdo Hdp. La Turchia è oggi il Paese al mondo che ha incarcerato più oppositori politici, giornalisti e politici dissidenti, secondo Amnesty International».

Ankara si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul, che chiede ai governi di combattere violenza domestica, abusi e mutilazioni. «Incoraggiava il divorzio», dicono i conservatori. L’Europa non doveva reagire?
«I diritti delle donne in Turchia sono stati spinti sempre più indietro, prima o poi saranno aboliti del tutto. Non a caso, comunque sia andata, Ursula von der Leyen è finita al “tavolo dei bambini”, sul divano, senza che nessuno riparasse all’errore. Erdogan sembra allontanarsi per sempre dall’idea di entrare in Europa. Il problema dei nostri politici è che non gli tengono testa. Sono rimasto deluso dal ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che rispettavo: ha improvvisamente chinato il capo ad Ankara sotto il ricatto dei migranti. In Germania, ora, ci manca un Mario Draghi che abbia una posizione chiara sulla Turchia».

L’Ue ha promesso 6 miliardi a Erdogan per trattenere i richiedenti asilo, l’Italia intanto collabora con la Libia. È così che si proteggono le democrazie?
«L’accordo concluso tra Europa e Turchia per non far arrivare i migranti sulle nostre coste ha aperto i nostri Stati alle pressioni. È difficile uscirne. Ankara minaccia di spalancare le porte, e un Paese come la Germania ha paura di vivere un altro boom di arrivi come nel 2015/2016, che ha portato a grandi problemi interni e a una crescita della xenofobia nella società. Ecco perché Berlino sta cedendo. I politici tedeschi sono vulnerabili dopo la crisi dei rifugiati. Erdogan lo sa e gioca questa carta per vincere su più fronti, economico, politico, strategico. I migranti sono lo strumento di contrattazione principale, l’Ue è diventata in definitiva inaffidabile sulla difesa dei diritti umani. Stiamo scappando dalle responsabilità, è un atto molto riprovevole chinare la testa a un quasi-dittatore».

Dopo Alì, ha mai pensato ad un’inchiesta sui migranti di oggi?
«Ah, questo no. Ma mi interessa il destino degli immigrati in Germania. La fondazione che finanzio, Zusammenleben, ha ripetutamente aiutato richiedenti asilo a integrarsi. Anni fa, io e mia moglie Barbara abbiamo ospitato in casa due famiglie immigrate, ora completamente integrate. E abbiamo festeggiato il nostro matrimonio in un campo rifugiati: la più bella festa della mia vita».

Come cambierà la Turchia?
«Il Paese è economicamente a pezzi. Erdogan è la sua rovina, la lira è ai minimi storici. Metà della popolazione ha un salario di 250 euro al mese e il divario tra i poveri e gli amici corrotti del presidente si sta allargando. La mia previsione: l’aspirante dittatore non durerà a lungo, i nostri politici dovrebbero tenerne conto. Probabilmente fuggirà in Bahrain, dove ha nascosto i suoi miliardi».

Il «team Wallraff» è in silenzio da alcuni mesi. A cosa state lavorando?
«Sono in Spagna per ricerche, ma non a Maiorca come i vacanzieri, sia chiaro! (Scherza, ndr.) Sto scrivendo un libro sulle indagini non pubblicate, e un’autobiografia. La mia squadra, composta da giovani, lavora su inchieste che si intersecano anche con le questioni della pandemia. È un lavoro che può essere fatto solo in gruppo. Dovrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi».

Le teorie del complotto si stanno diffondendo dall’America all’Italia, da QAnon ai «Querdenken» tedeschi. Un fenomeno temporaneo o il nuovo pericolo per la tenuta delle democrazie?
«È un peccato che la parola “Querdenker”, libero pensatore, sia stata rubata dai negazionisti, persone aizzate e manipolate. Mi sono voluto infiltrare mascherato nelle loro manifestazioni, vi ho partecipato anche come giornalista per affrontarli faccia a faccia. Sono acceleratori della pandemia, vicini all’AfD, l’estrema destra. Non so dire se resisteranno, ma vanno seguiti a tutti i livelli».

Guida alla lettura

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