Editoriale. Il futuro dei giovani e il nodo di quota 100

Questo editoriale di Elsa Fornero è stato pubblicato su La Stampa del 5 febbraio 2021. Su Italiana Contemporanea è rubricato nella pagina Millenials


Mario Draghi non ha un gran bisogno di consigli. Conosce molto bene – e su solide basi analitiche, non impressionistiche o pregiudiziali – le caratteristiche, le potenzialità e i limiti della nostra economia. Conosce anche i tre g della società italiana, (divari geografici, generazionali e di genere), la scarsa mobilità sociale, l’insufficiente valorizzazione dell’istruzione, della formazione professionale e della ricerca, lo scarso riconoscimento del merito. Il suo problema non è la mancanza di obiettivi chiari, di strumenti adeguati e neppure di risorse; quelle che, grazie all’Europa, arriveranno a finanziare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) dovrebbero, se non sciupate, essere adeguate agli obiettivi.

Il problema di Draghi è come convincere i partiti – del cui sostegno il suo governo, come ogni altro, avrà bisogno – della validità non solo di quegli obiettivi, ma anche degli specifici progetti e riforme che sarà necessario adottare per realizzarli, così come delle procedure e dei controlli necessari perché il tutto funzioni e dia risultati. Le forze politiche hanno, in questi anni, dato prova di faciloneria, negando la complessità dei problemi e ritenendo che introdurre un provvedimento significhi risolvere un problema (“abbiamo abolito la povertà”); e di immaturità (copyright Luigi di Maio che ieri ha sollecitato i 5S a essere “maturi”). Hanno identificato il bene dell’Italia con il benessere momentaneo degli italiani, indifferenti alle conseguenze di medio termine delle loro scelte e giocando su illusioni, falsità, invettive, caccia ai “capri espiatori”.

Draghi non dovrà però convincere solo le forze politiche bensì la maggioranza degli italiani. E potrà farlo soltanto se userà il linguaggio della verità e l’arte della persuasione, che è abilità politica, non tecnica. La persuasione implica dialogo, non soltanto con chi lo appoggerà quasi incondizionatamente (gli elettori più moderati) ma anche con quella parte dell’elettorato che è stata nutrita in questi anni di tesi preconcette, di “bandiere” sventolate oltre ogni ragionevolezza (il reddito di cittadinanza e quota 100, per esempio), di “vaffa” spacciati per vicinanza al popolo.

Dovrà riuscire a convincere gli italiani che hanno perso il lavoro o che non l’hanno mai trovato se non in forma precaria, che l’uso prolungato del blocco dei licenziamenti anche là dove il lavoro non è più produttivo, rappresenta soltanto un’effimera soluzione del problema; che sussidi e ammortizzatori sociali, pur necessari, devono essere accompagnati da una seria attività di formazione e riqualificazione in modo da adeguare il bagaglio di conoscenza e di professionalità di chi cerca lavoro alla domanda delle imprese. Dovrà far sì che quei due milioni e mezzo di giovani che non studiano, né lavorano escano da una situazione che rischia di danneggiarli a vita, con l’offerta, attraverso centri per l’impiego finalmente professionalizzati, di motivazioni, assistenza e occasioni nuove di formazione, riqualificazione, lavoro.

Bisognerà anche convincere i lavoratori meno giovani che quota 100, come qualunque altro provvedimento di riduzione dell’età di pensionamento – se non per chi si trova in condizioni personali disagiate (per i quali si potrà rafforzare l’Ape social) – peggiora i conti dell’Inps, mettendone a rischio la sostenibilità, senza favorire l’occupazione dei giovani e anzi compromettendo le loro pensioni. Bisognerà convincere tutti che solo da una crescita sostenibile dell’economia, e non dalle promesse politiche, possono nascere buoni lavori e buone pensioni.

Mario Draghi sa bene quanto sia nociva la diffusa “’illusione del numero fisso di posti di lavoro”, secondo cui anticipare il pensionamento significa creare posti per i giovani. I posti di lavoro aumentano, in realtà, solo grazie a nuovi investimenti e nuove competenze dei lavoratori, secondo la “logica dell’inclusione” e non della sostituzione. Occorre quindi regolare il mercato del lavoro in modo che, invece di creare nicchie riservate, apra le porte a tutte le persone, in condizioni di lavorare, per salute ed età. Questa logica non ha quasi mai fatto breccia nell’opinione popolare e nella classe politica ma i dati mostrano che là dove il tasso di occupazione dei lavoratori anziani è più alto, è maggiore anche quello dei giovani e delle donne, le due categorie oggi più penalizzate nel mondo del lavoro. D’altronde Draghi, che conosce bene l’attività di ricerca della Banca d’Italia, è certamente al corrente di uno studio recente sulla riforma pensionistica del 2011 che, alzando in maniera incisiva l’età di pensionamento, impose alle imprese di tenersi lavoratori “anziani”. Non ne derivò una minore, bensì una maggiore domanda di lavoro giovanile.

Draghi ha chiesto “unità” attorno agli obiettivi di crescita economica, attenzione alle generazioni giovani e future, considerazione per la scuola e la ricerca. L’unità presuppone fiducia, la stessa che i mercati finanziari hanno già ampiamente mostrato di nutrire abbassando fortemente lo spread. L’unità del Paese fu la richiesta che Nelson Mandela fece al Sud Africa dopo l’abolizione dell’apartheid. L’appello di Draghi, tendente a far uscire giovani e donne dagli invisibili ghetti che li escludono da lavoro, carriere e sicurezza, lungi dall’essere premessa di un incarico tecnico, mostra la sua attitudine a svolgere un ruolo di alto profilo politico. Un ruolo da “statista”, avremmo detto un tempo.

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