Intervista. Politica e BigTech

Il rapporto tra politica e BigTech. Intervista a Stefano Quintarelli


Questa intervista a Stefano Quintarelli è stata pubblicata su Alterthink.it del 12 gennaio 2021. Su italianacontemporanea.org è rubricata nella pagina “Democrazia e manipolazione


È destinata a far discutere la decisione di Twitter di “bannare” in modo definitivo Donald Trump: la decisione è stata presa dopo l’assalto al Congresso e giustificata dal fatto che i suoi ‘cinguettii’ violassero le regole di Twitter contro l’incitamento all’odio e le minacce violente. Le questioni che l’evento ha sollevato e solleverà sono molte, e molte sono le implicazioni su temi come libertà di espressione, opinione pubblica e democrazia. Abbiamo posto qualche domanda a Stefano Quintarelli, imprenditore, informatico e civil servant, ex parlamentare e dal 2014 presidente del comitato di indirizzo Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), per provare a sviluppare qualche spunto di riflessione.

Partiamo dal principio: i social sono un club privato molto potente o un servizio di pubblica rilevanza?

«I social non sono un servizio universale e non hanno un obbligo di universalità, quindi non c’è un diritto aprioristico al fatto che una persona sia su un social network o meno: si è sempre ospiti. Essendo un servizio privato è basato su un contratto, le famose “terms and conditions”, non una convinzione soggettiva, politica o religiosa di Zuckerberg o Dorsey (uno dei fondatori di Twitter, NDR), ad esempio. In generale chi offre un servizio privato sulla base di un contratto ti può poi escludere sulla base di queste condizioni. È anche successo, però, che qualcuno che è stato estromesso da un social sia poi andato in tribunale, il quale gli ha riconosciuto il diritto al reintegro: è il caso italiano, ad esempio, di CasaPound e Facebook. Non c’è diritto a priori, perché non c’è servizio universale, ma se vieni bannato e ti viene causato un danno, in alcuni casi, può esserci diritto al reintegro. A mio parere non è giusto, non dovrebbe essere così perché i social network sono parte fondamentale della relazione sociale delle persone, quindi a mio parere dovrebbe esserci questo diritto a priori».

Chi pulisce i contenuti pubblicati su piattaforme come Facebook o Twitter? Che censura deve essere applicata? E soprattutto quis custodiet ipsos custodes?

«Nel momento in cui chi detta legge chiude un occhio su una persona e non sull’altra sorge un problema: chi guarda i guardiani? Tutti abbiamo il diritto di mentire. Non è illecito, ma lo diventa se causa danno, e di conseguenza illeciti sono gli effetti della menzogna. E vale per tutto. Nel caso dell’aggiotaggio informativo in ambito finanziario è sufficiente la menzogna a prescindere dal fatto che il corso azionario si sia poi alterato, è sufficiente l’intento doloso. Allora chi è che deve far rispettare le regole? Essendo una piattaforma privata con contratto di servizio, il gestore. Se Trump farà ricorso contro la decisione di Dorsey, quest’ultimo avrà una bella gatta da pelare nel dimostrare che proprio quel tweet (e non gli innumerevoli precedenti) hanno violato i termini del contratto. Perché l’utente può mentire, come detto, fintanto che non causa danno. Il fatto è che a Trump è stata data carta bianca per troppo tempo, e le piattaforme sono intervenute troppo tardi».

Edward Snowden ha twittato “Facebook officially silences the President of the United States. For better or worse, this will be remembered as a turning point in the battle for control over digital speech”. Perché turning point? Da dove arriviamo? Verso dove andremo, in tal senso?

«È turning point perché il pubblico non si era accorto che molte persone venivano bannate. Una persona non nota può sparire dalla piattaforma senza che nessuno se ne accorga e senza che il fatto diventi un caso, a differenza di Trump. Adesso il fatto è noto ed anche la potenziale rilevanza, per cui si penserà a nuove regole. Per la verità erano già presenti delle pulsioni per modificare le leggi applicate ai servizi digitali, si pensi al digital services act in Europa e ai tentativi di modifica della stessa Section 230 del Communications Decency Act sia da parte di Trump che, adesso, da parte dei democratici. Questo fatto accelererà la richiesta di regolamentazione, aumentando l’attenzione sull’argomento».

Quando ci si iscrive ad un social, come detto, sottoscriviamo delle condizioni di utilizzo. Se non le rispetti vieni sospeso. Il tema però non è tanto se potevano sospendere Trump. Da “contratto”, potevano. La domanda è se hanno fatto bene. Se il comportamento è da editori, sarebbe forse ora che i “direttori dei social” inizino anche a pagare le possibili conseguenze penali e civili di ciò che hanno creato?

«Bene e Male sono categorie dello Spirito. Bisogna capire se ne avevano il diritto, e si ritorna alla prima domanda. Certo è che Twitter non si è comportato coerentemente nei confronti di Trump. Non so se ha sbagliato finora a non sanzionarlo o ha sbagliato a sanzionarlo ora, ma da qualche parte ha sbagliato. Non è corretto definirlo un comportamento da editori, poiché non ha censurato un contenuto: ha tolto un utente sulla base di ciò che c’è scritto nel suo contratto. La domanda meriterebbe una risposta lunga come un’enciclopedia, e rispecchia l’attuale livello di dibattito (insufficiente). Anzitutto le piattaforme sono degli intermediari: intervengono in un processo, si tratta di curatela, che sia fatta da un umano o da una macchina. Se c’è una curatela editoriale sei un editore, se sei un editore possono essere applicate le regole del caso: dovresti avere direttore responsabile, diritto di rettifica, poter essere querelato per diffamazione a mezzo stampa, ad esempio. Ma se non c’è attività di curatela, quindi non intervieni, non ci può essere responsabilità in capo all’operatore. Twitter ha due modalità per vedere feed: notizie “più rilevanti” e in ordine temporale. Personalmente uso l’ordine temporale perché non voglio che sia Twitter a dirmi che cosa devo pensare decidendo quali contenuti io veda e quali no. Nel momento in cui si ha feed in ordine temporale non c’è responsabilità editoriale».

Perché si parla sempre di regolamentare le piattaforme e mai gli utenti?

«La mia tesi è che ci debba essere una gradualità di misure. Prima dei social la tua audience, quella con cui esercitavi la tua libertà di espressione, poteva essere quella che stava in una palestra di una scuola, in un’assemblea. Noi teniamo molto al concetto di libertà di espressione: ma esprimersi non significa automaticamente fare il broadcaster con un pubblico di milioni di persone. Free speech is not free reach, libertà di parola non è libertà di raggiungere chiunque. Trump dal mio punto di vista è un editore, per il pubblico che ha. Accordiamoci sulle asticelle, ma si deve pensare ad una graduazione di misure, si deve essere accountable in base a quello che si fa. Non la piattaforma, non il fornitore. Prendiamo Elon Musk: se dice su Twitter che sta per vendere tutte le sue azioni, correttamente la SEC può indagarlo per le sue dichiarazioni. Se è vero che in alcuni casi, come ciò che riguarda il mercato borsistico, è vietato mentire, chiediamoci quali sono i casi in cui dovrebbe essere vietato mentire. L’inquinamento dell’ambiente politico può essere un caso dove è vietato mentire? Quando c’è incitamento alla violenza? Si possono pensare degli obblighi differenziati sulla base del tipo di utente e del suo reach, senza interferire con il free speech, si possono pensare a livelli di sanzione progressiva sulla base del numero di followers, poiché da ciò dipende quanto una sua dichiarazione mendace inquina. Una ammenda di 5 centesimi ad utente? Nel mio caso sarebbero circa 1200 euro, nel caso di Trump 4 milioni, probabilmente starebbe più attento. Però, ripeto, bisogna spostare il cannocchiale regolatorio dall’intermediario all’utente e pensare a misure graduate, sia in termini di sanzione che di regole di funzionamento: ad esempio non bannare ma utilizzare il “rate limiting”, limitando la quantità di persone che possono vedere il contenuto pubblicato nel tempo. Questi sono gli ingredienti della soluzione, perché non tutto è o bianco o nero. Magari tra qualche anno lo si capirà e se ne discuterà».

Total Page Visits: 40 - Today Page Visits: 2