Recensione. No. Emily in Paris non fa schifo

No. Emily in Paris non fa schifo. È proprio la rassegna insistita e insistente dei luoghi comuni a rendere divertente questa serie TV.


Questa recensione è un contributo originale di Ferdinanda Cremascoli a italianacontemporanea.org


I giudizi negativi su Emily in Paris si fondano in genere sul fatto che questo racconto è costruito sugli stereotipi elaborati dagli americani per descrivere i francesi. La recensione della giornalista francese per BuzzFeed elenca puntualmente, e critica, le decine di luoghi comuni sulla mentalità francese che compaiono nella vicenda. Tuttavia dimentica i luoghi comuni parimenti numerosi, ed esibiti, sulla mentalità americana che compaiono nel racconto.  Proprio l’insistenza sugli stereotipi e la leggerezza petulante dell’affabulazione fanno in realtà di questa serie un passatempo divertente; migliore, come in generale accade alle serie televisive, nelle prime sette/otto puntate. Poi il piacere della ripetizione si appanna.

Com’è noto, Emily in Paris è una serie creata da Darren Star, lo sceneggiatore di Sex and the City,  che peraltro non è l’autore di tutti i dieci episodi. La serie è iniziata  su Netflix nell’ottobre 2020. Lily Collins è Emily, una giovane professionista di Chicago che si trasferisce a Parigi, quando la compagnia per la quale lavora acquisisce una società di marketing francese che cura molti marchi del lusso. Emily lavorerà a Parigi per migliorare le strategie di marketing dell’azienda francese, usando anche i social.  Appena giunta in città la sua vita si fa avventurosa proprio perché da buona americana cresciuta nel Midwest fa i conti con la mentalità dei suoi compagni di lavoro, snob francesi. Sono personaggi costruiti per essere antagonisti di Emily, prima fra tutti la direttrice dell’agenzia, la sofisticata e antipaticissima Sylvie. Tutti costoro sono  antipatici, dato che l’eroina è simpatica. Maltrattata da tutti questi sgradevoli colleghi, Emily non si arrende, crede nel lavoro di squadra, fa di tutto per farsi accettare, da quella brava americana che è.

Anche il personaggio di Emily è costruito sui luoghi comuni.  Emily è una lavoratrice indefessa, mentre i francesi … Emily si presenta al lavoro alle otto e mezza (che non è poi così presto!) e trova chiuso: i suoi colleghi arrivano alle dieci. Emily è veloce a pranzo, mentre i francesi perdono a tavola anche due o tre ore. Emily pretende che la sua bistecca sia ben cotta e si lamenta del servizio clienti del ristorante, ma in Francia, lo sanno tutti, il cliente ha sempre torto. Emily parla di lavoro ad un party serale, ma in Francia questo è considerato maleducato. Emily litiga con la lingua francese di cui non capisce la classificazione di genere e soprattutto non capisce perché in francese “la vagina” è “le vagin”: maschile! Anzi questa scoperta è all’origine del colpo che mette a segno con un twit femminista, quando viene ritwittata da madame Macron in persona. Emily è geniale nella comunicazione: si rende conto di aver sbagliato la prenotazione di un ristorante e si rivolge ai suoi commensali presentando la cosa in modo positivo («ho una notizia buona e una ottima», dice). Infine Emily è un asso coi social: apre un account per suo conto “Emily in Paris” e in poco tempo i suoi followers aumentano, aumentano…

È proprio la contrapposizione tra quelli che si suppongono essere i caratteri culturali francesi e quelli americani ad essere divertente.  I francesi sono orgogliosi delle loro case cittadine che hanno cinquecento anni (una chiara iperbole da non prendere troppo sul serio); l’americana deplora la scomodità di queste case: cinque piani senza ascensore, salta la corrente, si rompe la doccia, l’idraulico non è capace di ripararla immediatamente… e, a proposito dei piani, i francesi li contano escludendo il pian terreno, sicché quando Emily pensa di essere al quinto piano in realtà è al quarto… ed è così che conosce l’affascinante chef Gabriel. I francesi scrivono la data nel formato giorno-mese-anno; gli americani mese-giorno-anno, sicché Emily prenota il ristorante per l’8 novembre, mentre crede di averlo prenotato per l’11 agosto! e così via… I francesi sono libertini nelle loro relazioni amorose, Emily è un’americana libera ma certo non licenziosa! Ha dei principi: mai con un uomo sposato, mai con un cliente… e finisce in situazioni comiche, come la visita all’azienda della fidanzata di Gabriel, dove si produce champagne, e dove avviene un bollente incontro con un giovanotto che ha finito il college; ma “college” in Francia è la scuola superiore, sicché Emily scopre solo la mattina dopo con molto disappunto che il ragazzo è minorenne!

Gli stereotipi sono attivi anche nel rappresentare il secondo personaggio di questa storia: la città di Parigi. Coerentemente con il genere di questa storia, Parigi è un altrove, un non-luogo, frutto della fantasia di chi scrive la sceneggiatura. Casualmente si vedono luoghi famosi della città, come il lungo Senna, i caffè, i monumenti barocchi, le vie, le piazze; ma sono solo cartoline illustrate di luoghi che solo accidentalmente hanno i nomi e l’aspetto noto. Fondamentalmente Parigi è rappresentata come una città di caffè e ristoranti, dove ovviamente si mangia in modo sublime e non si lavano le padelle  (di ferro, si suppone, ma si usano ancora?). Parigi è ovviamente la città della moda, anzi dell'”haute couture” cui si contrappone lo stile pop di Emily, che tuttavia inventa la strategia di marketing giusta per rilanciare questo vecchio mondo, come emerge dalla vicenda del sarto Pierre Cadault. Infine Parigi è il luogo dove non si è mai licenziati: quei colleghi così antipatici si schierano con Emily e il licenziamento rimarrà lettera morta.

Vi pare che si possa vedere una serie così con spirito “verista”?

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