Reportage. L’Africa è un continente di contadini

Nell’Africa comprata dai nuovi padroni, dove i contadini perdono le loro terre. In 20 anni 35 milioni di ettari acquistati da cinesi, emiratini e americani. È il nuovo colonialismo globale. È un reportage di Domenico Quirico pubblicato sulla Stampa del 4 aprile 2021. Su italianacontemporanea.org è rubricato nella pagina Migrazioni.


È strano. I viaggiatori e i fotografi colgono dell’Africa innumerevoli immagini: le riserve naturali, i masai e i tuareg con i loro «pittoreschi costumi», gli animali selvaggi, le spiagge, i più consapevoli anche le sterminate e disperate bidonville e le guerre feroci. Ma pochissimi si raccolgono a fissare i gesti, i volti, la fatica dei contadini. Eppure l’Africa è un continente di contadini: che vivono, anzi meglio sopravvivono, su meno di un ettaro (l’ottanta per cento), con poca acqua, senza fertilizzanti, senza trattori.

Sì: il simbolo dell’Africa è davvero una zappa. Dal Sahel giù fino in fondo al continente, se percorrete strade e piste, li vedete: uomini donne bambini, insieme, a piccoli gruppi colorati, chini sulla terra. La zappa africana non ha il manico lungo come le nostre in occidente, per cui occorre un gesto ampio, energico, e la terra si apre fino in fondo. La zappa africana ha il manico corto: la possono maneggiare anche le donne e i bambini, adatta a uomini deboli, denutriti, spossati dal caldo, esposti a infinite malattie. Perché in Africa i campi sono lontani, attorno al villaggio la terra, a poco a poco, è stata esaurita, sfiancata. Per arrivarci bisogna camminare a lungo sotto il sole; e ancor più lontano è il pozzo o il torrente dove prendere con orci di plastica l’acqua per irrigare.

Tra siccità e alluvioni 

La terra dunque la si deve solo sfiorare, delicatamente, quasi non la si volesse ferire. La vita del contadino africano, che non si è ancora arreso alla siccità o alla alluvione, ai debiti, alla disperazione ed è andato in città a mendicare, è uno sforzo continuo per sopravvivere. Con la terra deve fare piano: con i campi insidiati dalla sabbia del Sahel, da proteggere ogni giorno come un tesoro, con le terre rosse d’Etiopia che sembrano sangue raggrumato, e con quelle nere, gonfie dell’umore dei grandi fiumi, il Niger il Nilo il Congo. 

Il contadino d’Africa conserva dentro di sé una sapienza immensa, fitta di umili e formidabili segreti: come utilizzare l’acqua che è poca goccia a goccia, o incanalarla quando infuria per le alluvioni, difendersi dalle cavallette, tener lontane le transumanze dei pastori che da secoli passano e distruggono. Altrimenti come riuscirebbe a produrre manioca riso granoturco? L’Africa dei contadini capaci di miracoli: in Malawi in Kenya in Ghana, più recentemente anche in Nigeria, questi piccoli produttori hanno aumentato i rendimenti con un geniale mutamento delle tecniche e cambiando colture.

Ma la terra è ancora loro? Sessanta anni dopo illusorie indipendenze, il colonialismo ha assunto aspetti nuovi più subdoli, reintegrando, con la consueta complicità di affaristi e «compradores» locali, antiche schiavitù. Ritorna, dietro l’anonimato dei Fondi speculativi e delle multinazionali dell’agro-businnes, la figura coloniale per eccellenza, il Padrone. Che non sia più soltanto inglese o francese ma anche cinese o degli emirati, nulla cambia.

Spogliazione selvaggia

Basta leggere le cifre: negli ultimi venti anni più di 35 milioni di ettari di terre africane sono state cedute a capitali stranieri. È quello che chiamano «land grabbing», l’ennesima piaga d’Africa, il nuovo nome del colonialismo dell’epoca della globalizzazione a cui la crisi alimentare del 2008 ha impresso un feroce impulso. Chi sono i nuovi padroni della terra africana? Dove investono? Che cosa producono? E cosa lasciano dietro di sé quando se ne vanno? In fondo il primo atto del colonialismo capitalista, esaurita la fase più primitiva della spogliazione selvaggia, di avorio, caucciù, rame, oro, fu di espropriare nelle colonie africane le terre fertili e darle ai coloni, concedendo ai neri di sbocconcellare deserti e savane incolte.

L’ indipendenza fu una esplosione di gioia per esser di nuovo padroni della terra; la terra perché sulle materie prime, le miniere, gli africani non si sono mai fatti molte illusioni.

L’avvio del «land grabbing», fu accompagnato da un gran numero di ipocrite litanie e mimetismi stomachevoli dei soliti, interessati strombazzatori della miracolosa globalizzazione: i capitali stranieri avrebbe finalmente animato l’agricoltura asfittica come il piccolo contadino africano povero e analfabeta non avrebbe mai potuto realizzare, avrebbe creato molti remunerati posti di lavoro (un quindici per cento dei contratti in realtà lo imporrebbe come clausola), con le tasse pagate dagli investitori sarebbero stati rilanciati stati in fallimento perenne. Il cibo prodotto nelle moderne fattorie, buccinavano i profeti bugiardi, poteva perfino determinare la autosufficienza alimentare nel continente degli affamati cronici. Così li aiutiamo a casa loro, si assicurava.

Affitti da fame e espropri

È il momento di tracciare bilanci. I Paesi che hanno più svenduto se stessi (e i loro cittadini) sono il Congo, il due Sudan, la Sierra leone, il Mozambico, l’Etiopia. I nuovi padroni dell’Africa sono la Cina, gli Emirati arabi, gli Stati Uniti, il Libano. Hanno comprato soprattutto foreste per il legname, poi terre per produrre olio di palma, mais, riso, canna da zucchero, biocarburanti. I contratti, che contengono spesso clausole segrete, hanno durata media di trenta, cinquant’anni e prevedono cifre di affitto irrisorie: in Etiopia 100 mila ettari sono stati pagati 0,90 euro l’ettaro. I contadini sono cacciati con pochi dollari o sono espropriati con la forza dal governo. Far posto alla agricoltura intensiva, al «futuro» in molti casi serve anche a ripulire e domare regioni ribelli. È il caso nel 2013 della regione di Gambela, nell’Ovest dell’Etiopia, abitata da genti nilotiche le cui relazioni con quelli che loro chiamano «gli highlanders» le genti dell’altopiano, sono pessime: con l’arrivo degli investitori stranieri e la deforestazione per far posto a culture intensive sono stati «raggruppati» in nuovi villaggi. 

Deforestazione selvaggia

Gli investitori spesso si lasciano dietro, invece del progresso, deforestazione selvaggia, suoli definitivamente impoveriti, l’agricoltura locale distrutta.

I salari per la manodopera locale sono da fame con l’eccezione di tecnici e agronomi, che però arrivano dall’estero o dalla capitale. il novanta per cento del raccolto in media è destinato alla esportazione, i mercati locali non lo vedranno mai e continueranno a sostenere il fragile, pericolante equilibro con la fame offrendo le loro verdure striminzite. Le solite bucce di esseri umani.

Alcuni progetti poi si sono rivelati un disastro, ad esempio i biocarburanti a base di jatropha, un piccolo arbusto che sopravvive anche in suoli poveri e secchi. Era stato presentato come il futuro di regioni intere del continente soprattutto in Madagascar ed Etiopia. I redimenti sono rivelati mediocri. Gli investitori sono scomparsi.

La classe radicale

Ancora una volta agli africani abbiamo venduto parole grosse glutinose, sviluppo, agricoltura intensiva, modernità, parole che si appiccicavano ai denti. Vecchie furbizie perché in fondo non ne abbiamo di ricambio. Dal lato positivo ci sono i movimenti contadini di lotta nati come risposta alle svendite di terra e alle espropriazioni: i contadini, la classe radicale africana che conosce l’oppressione nuda più che gli sradicati della città e che per non morir di fame ha bisogno di niente di meno che di una rivoluzione.

Guida alla lettura

Perché questo articolo è un reportage e non un’inchiesta. Osservate le foto del testo: due volte su tre le loro didascalie le qualificano come semplici illustrazioni; il grafico riporta l’indicazione della fonte (Land Matrix), ma il contenuto non è del tutto aderente al testo, ha più funzione illustrativa che espositiva.

Il testo è un grande racconto. Osservate la caratterizzazione da un lato dei contadini africani, il loro aspetto, i loro gesti, i loro strumenti di lavoro; dall’altro i passaggi del testo critici (e profondamente indignati) sul neocolonialismo e le sue forme.