Saggio. La vergogna dei salvati

La vergogna dei salvati


Questo saggio è un contributo originale di Ferdinanda Cremascoli per italianacontemporanea.org


È Primo Levi stesso a raccontare il 27 gennaio 1945 in Auschwitz.
Quel giorno le prime avanguardie dell’Armata Rossa entrarono nel lager di Auschwitz e soccorsero i prigionieri malati ancora in vita. Erano stati completamente abbandonati da dieci giorni, da quando erano stati evacuati Auschwitz, il lager più grande, una città di baracche uniformi, e tutti i lager ad esso collegati, Birkenau, il vero e proprio campo di sterminio, e Monowitz, dove era prigioniero Primo Levi, e molti altri: dal campo principale dipendevano altri cinquanta campi collocati presso fattorie, allevamenti, miniere, fonderie ed altri impianti industriali nella zona.  All’irrompere del fronte i Tedeschi decisero di abbandonare i lager e di trasferire all’interno della Germania la massa dei lavoratori prigionieri che ancora sopravvivevano perché continuassero a lavorare da schiavi per la produzione bellica. Evacuarono Auschwitz in condizioni spaventose, in una marcia che vide cadere la maggior parte di prigionieri sfiniti, dal freddo dalla fame dalle ferite. I profughi civili che fuggirono alcuni giorni dopo percorsero una strada ai cui lati erano ammucchiati migliaia di cadaveri scheletrici e scomposti…
Da vari indizi, narra Primo Levi stesso, è lecito supporre che i Tedeschi non intendessero abbandonare in Auschwitz prigionieri vivi. Avrebbero dovuto essere tutti uccisi come già era a accaduto in altri lager di sterminio nell’illusione che potesse rimanere segreta la strage compiuta o comunque non ne esistessero le prove. Ma non fu così.

Ecco come Primo Levi racconta l’arrivo dei soldati dell’Armata Rossa nel primo capitolo di La tregua.

“Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati ad uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. (...) Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esiste, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.

“La vergogna a noi ben nota…”. Perché la vergogna? Di cosa si dovrebbe vergognare il prigioniero di un lager, deportato, non per essere un criminale o un avversario politico, ma semplicemente ebreo, ed ebreo non in quanto credente di una diversa fede, ma membro anche solo nominale di un gruppo. Imre  Kertézt, ungherese, ebreo, sopravvissuto in Auschwitz, premio Nobel, dice: “Per la prima volta gli ebrei europei hanno dovuto morire senza una causa e in nome di niente”. Eppure il sentimento di vergogna c’è, è pesante, è oggetto di una riflessione costante nell’opera di Primo Levi, da Se questo è un uomo a  I sommersi e i salvati. Sempre.

Nel passo citato de La tregua è chiaro che la vergogna è un sentimento che ha a che fare con un tormento, la pena di chi non si sente in pace con se stesso. In Se questo è un uomo questo sentimento è narrato a proposito della morte per impiccagione dell’ultimo rivoltoso di Birkenau. È  vergogna  di fronte al coraggio del prigioniero che è giustiziato, da solo, e davanti a tutti gli altri. Nell’anno di lager, narra Primo Levi, ci sono state altre pubbliche impiccagioni, ma si è sempre trattato di reati comuni, furti e altro. Ora invece muore un uomo che ha preso parte alla ribellione di Birkenau, che ha fatto saltare uno dei crematori del campo. Il rituale dell’impiccagione è minuzioso e accanito. Una voce rauca dice perché l’uomo è condannato a morte, e chiede se tutti  hanno capito, e tutti e nessuno rispondono “Jawohl!”. 

“Fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell’uomo in ciascuno di noi: -Kameraden, ics bin der Letze!”.

È falso dire che nei lager con ci fu resistenza e ribellione. Ci furono situazioni in cui una resistenza attiva, personale e collettiva, fu possibile. I prigionieri politici, ad esempio, ebbero il coraggio e la forza di agire in modo organizzato per difendersi e sabotare per quanto possibile la macchina di morte.  Come Sivadjan che compare in Se questo è un uomo e che, come si seppe molto dopo, introduceva esplosivo in campo in vista di una possibile insurrezione. Come Hermann Langbein che lavorò a diretto contatto con il medico capo delle SS, fece parte del gruppo di resistenza, ebbe accesso ai documenti più significativi e divenne storico di Auschwitz con il suo saggio Uomini ad Auschwitz del 1972, di cui Primo Levi scrisse la prefazione dell’edizione italiana.

Ma è dimostrato che ci furono anche situazioni in cui non fu possibile resistere. Una condotta spietata di spoliazione denudazione denutrizione, attuata subito, senza indugi, al momento della cattura, senza eccezioni, ha piegato ad esempio i militari russi, giovani e in forze quando furono presi prigionieri nell’estate 1941 e ‘42, furono subito paralizzati e stroncati. La gran massa dei prigionieri ebrei assassinati in Auschwitz e negli altri campi di sterminio non era fatta da militari, erano invece uomini e donne, giovani e vecchi, e bambini, e neonati, e ammalati… Primo Levi racconta la deportazione nel suo vagone degli ospiti al completo della casa di riposo israelitica di Venezia, tra cui due novantenni moribonde … Ebbene tutte queste persone erano state rinchiuse nei campi di raccolta o nei ghetti per anni in condizioni terribili di mancanza di tutto o quasi  …. erano state caricate sui treni in condizioni ancora più crudeli, pressoché senza viveri senz’acqua né paglia né recipienti per i bisogni corporali … Subirono un viaggio che li stroncò e debilitò e durò molti giorni e finalmente a destinazione, neanche il tempo di rendersi conto, furono immediatamente avviati alla camera a gas. E benché dunque non ci sia niente di cui vergognarsi, dice Primo Levi, la vergogna di aver subito tutto ciò, c’è ed è concreta, specie se si confronta con il comportamento di chi riuscì ad opporre qualche resistenza.

Il sentimento di vergogna tuttavia è anche altro. Sempre in Se questo è un uomo vergogna è il sentimento della propria demolizione come essere umano. L’ingresso nel campo di Monowitz è totale distruzione di sé: abiti e scarpe sequestrati, nessun fazzoletto, nessuna fotografia, nulla di nulla che appartenga alla vita precedente del singolo individuo. È cancellazione del nome sostituito da un numero tatuato: 174.517 è il numero, cioè il nome, del prigioniero Primo Levi. È vestizione di abiti consegnati non solo usati, ma laceri e sporchi, di scarpacce di tela e suola di legno, scompagnate e fuori misura. È rasatura totale. È cattivo odore emanato e per l’impossibilità di mantenere la pulizia, perché non c’è quasi sapone, perché non è possibile lasciare nulla in nessun posto, mentre ci si lava. La vergogna è la zuppa consegnata in una gamella ma senza cucchiaio, sicché si è ridotti a lappare il brodo, come i cani, finché non si impara a procurarsi un cucchiaio. D’altra parte in lager “mangiare” non si dice “essen” che è il mangiare degli uomini seduti civilmente a tavola, ma “fressen” che è il mangiare delle bestie. Dunque una componente del sentimento di vergogna è la coscienza, alla liberazione o nei rari momenti di riposo, di aver vissuto in condizioni animalesche, senza memoria di sé, della propria famiglia, della propria cultura, della propria vita… oppressi dai bisogni primordiali della fame della sete del freddo, sopportando comportamenti contrari al codice morale civile, come rubare, … o pensare esclusivamente a sé senza solidarizzare con gli altri e senza opporsi abbastanza al sistema che annienta secoli e secoli di civiltà.

È quest’ultima un’altra componente del sentimento di vergogna: è il sentirsi colpevoli di non essere stati abbastanza solidali con i compagni di sventura. Il lager è un ambiente feroce, che sottopone ad un regime di vita inferiore a tutti bisogni, ognuno è solo contro tutti, è ambiente dove il furto è regola, dove s’impara a pensare esclusivamente a sé per procurarsi un extra di cibo, per scansare i lavori più faticosi, per orientarsi rapidamente nella babele delle lingue. 
Ne I sommersi e i salvati Primo Levi racconta un episodio dell’estate in Buna. Faceva molto caldo e non c’era quasi acqua, perché i continui bombardamenti avevano danneggiato pesantemente  gli impianti del cantiere e del lager. Lavorando nei sotterranei del cantiere Primo Levi si rende conto che in una tubatura c’è dell’acqua che si può bere. Ma non è certo abbastanza per tutta la squadra. Decide così di dividere l’acqua con l’amico Alberto, ma non con Daniele, che tuttavia li vede e intuisce ogni cosa. La sera al ritorno in campo Daniele ha gli occhi lucidi, è coperto di polvere di cemento, ha le labbra spaccate dalla sete … Negli anni successivi negli incontri di reduci, ricorda Primo Levi, cordialissimi e affettuosi con Daniele, l’ombra di quel goccio d’acqua negato è sempre tra loro, consistente e “costoso”.

Infine la vergogna contiene anche il sentimento di essere vivo al posto di un altro. C’è un episodio nell’ultimo romanzo di Primo Levi, Se non ora quando, che illumina sinteticamente questa pena, che l’autore racconta sempre in tutte le opere in cui si rievoca il lager.
A Glogau appena occupata dall’Armata Rossa i gedalisti si ritrovano internati in quello che era stato un lager. Incontrano altri ex prigionieri, ma non riescono a stabilire con loro nessun contatto. Sono silenziosi e chiusi in se stessi. Alcuni di loro si suicidano. Tuttavia tra molte difficoltà i gedalisti riescono a stabilire un contatto con una prigioniera ebrea francese, Francine. È lei a dire che quelle persone si impiccano per la vergogna. E Line pone con chiarezza la domanda: “Quale vergogna? Si ha vergogna di una colpa, e loro non hanno colpa”. Replica Francine: “Vergogna di non essere morti. Ce l’ho anch’io: è stupido, ma ce l’ho. È difficile spiegarla. È l’impressione che gli altri siano morti al tuo posto; di essere vivi gratis, per un privilegio che non hai meritato, per un sopruso che hai fatto ai morti. Essere vivi non è una colpa ma noi la sentiamo come una colpa”.

I salvati non sono i migliori, dice Primo Levi, già in Se questo è un uomo. Il sopravvissuto ad Auschwitz non è un prigioniero comune, impiegato nei kommandos comuni, pago della razione di cibo comune. Chi ha visto la Gorgone in viso, non è tornato a raccontarlo. Sono i sommersi quelli che sanno davvero cos’è stato Auschwitz, un luogo dove la regola è una vita brevissima, l’esperienza dice poche ore o giorni in Birkenau dove si muore ingas, poche settimane dopo l’ingresso in Monowitz, dove si muore per deperimento e si è mandati in gas. I sommersi sono una massa anonima, continuamente rinnovata. Non più uomini, faticano in silenzio, subito così svuotati da non soffrire più veramente, come Null Achtzehn, zero-diciotto (minuscolo, non è nemmeno più un nome).

“Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere tracciati pensiero”.
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